“Il Passaporto”

“La Polizia siamo noi!”

Quante volte ho sognato di dire questa frase magari ribattendo a qualche prepotente, di quelli che minacciano con frasi tipo “lei non sa chi sono io e se non ….. chiamo la Polizia”. Guardi che “la Polizia sono io!” Tié! Vuoi mettere la soddisfazione?

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Per la verità, una volta questa frase l’ho sentita, ero li, ma non ne vado fiero.

Dunque: 1985 (molti di voi nemmeno erano nati, e sarà difficile capire che all’epoca non era tutto così veloce come oggi, non c’erano tutte queste tecnologie ad aiutarci.) Sono un poliziotto e lavoro al Ministero dell’Interno. Ci vado in macchina e parcheggio nella parte posteriore del palazzo, in un dedalo di vialetti che una volta erano parte di un giardino ormai in totale abbandono. Trovo quasi sempre posto, l’unico problema è che essendo un parcheggio “a incastro”, alle 14, cascasse il mondo, bisogna essere già in macchina per dare la possibilità agli altri di uscire.

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21 Luglio: Salgo in ufficio e ricevo una telefonata di un caro amico; è disperato, la figlia deve partire per un viaggio studio all’estero i primi di agosto e non ha il passaporto. Ha già pagato tutto, posso fare qualcosa?

Ai tempi, per il rilascio del passaporto occorrevano circa 3 mesi e la procedura era così complicata da scoraggiare gli utenti più spavaldi (mi sembra di ricordare che occorreva giphy1presentare una richiesta in carta da bollo, scritta a mano e in bella grafia, allegare una marca per passaporto, 3 diversi bollettini postali, 2 foto tessera con sfondo bianco e vista frontale, presentarsi di persona solo nei giorni dispari con un documento valido e due testimoni probi, fischiettare l’inno nazionale e recitare a memoria e in ordine cronologico i 7 re di Roma. Forse ricordo male, ma era veramente complicato).

Io, disponibile come sempre, rispondo: “no problem” e tempo due ore lo incontro e avvio la pratica.

La mattina del  2 agosto arrivo tardi, verso le 8,25 e ho dovuto lasciare la macchina in coda a tutte le altre, ostruendo l’uscita. No problem. Scenderò puntuale prima che dia fastidio ai colleghi.
Ore 13,35. Mentre chiudo il fascicolo che stavo trattando, richiama il mio amico mooolto preoccupato. giphy2La figlia deve partire il giorno dopo e non gli ho ancora consegnato il passaporto. Io rimango impietrito: me ne ero assolutamente dimenticato.
Che faccio, penso; aspetto le 14, sposto la macchina e poi vado in Questura?
No, anche li tra poco chiudono ed è venerdì.
Non ho scelta, devo andare adesso.
Faccio le tre rampe di scale a rotta di collo, esco dal Ministero e attraverso via Nazionale in direzione della Questura che è poco distante.
Ci sono cinquanta gradi all’ombra, sono quasi le 14 e la mia macchina ostruisce l’uscita. Con questi pensieri supero di corsa l’ingresso della Questura mostrando all’agente di guardia l’abbonamento alla biblioteca invece del tesserino. Mi precipito nel cortile del palazzo e nonostante il sudore che mi fa bruciare gli occhi, individuo l’ufficio passaporti. Entro come un fulmine e mi fiondo verso uno dei due sportelli per chiedere informazioni.

L’interlocutore, veramente gentile, mi chiede: ha guardato negli appositi contenitori? Sono contrassegnati dalle lettere dell’alfabeto.
Vado, guardo nel contenitore Q-R, niente.

Torno da lui, nel frattempo qualcuno “bussa” alla mia spalla ma io, sudato e infastidito, non mi giro neanche. Allora provi nelle pratiche “in trattazione”, li nell’angolo a sinistra vicino al tavolo con i timbri. Continua la persona allo sportello.
Ri-vado, il pensiero fisso alle macchine che non potranno uscire; non ho il coraggio di guardare l’orologio ma è sicuramente tardi. Guardo freneticamente in tutte le pratiche ma nisba, il passaporto non c’è.

rrr

Torno di nuovo allo sportello, e di nuovo qualcuno “bussa” alla mia spalla. Adesso mi arrabbio, ma non vede che ci sono prima io? Penso. Non ho tempo per discutere, la mia attenzione è tutta rivolta a quel sant’uomo che mi sta aiutando: come ultima possibilità guardi nella cesta dei “passaporti non ritirati”, mi suggerisce. Sto per scattare in quella direzione quando sento di nuovo un “toc toc” alla spalla. Mi giro imbestialito e mi trovo di fronte due agenti in divisa; uno di loro, che peraltro conosco da tempo, mi sussurra:

“guarda che la Polizia siamo noi”.

Incredulo mi guardo attorno e solo allora realizzo che mi trovo all’interno dell’ufficio passaporti, circondato da agenti e che sto chiedendo informazioni a un tizio che è in fila allo sportello.

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Voglio morire ma non c’è tempo.
Rovisto nella cesta, finalmente trovo il passaporto, firmo la ricevuta e imbocco l’uscita a cannone.

Arrivo alla macchina accolto da una folla affamata, accaldata e inferocita che mi urla cose irripetibili. Sto per svenire, vorrei scappare ma improvvisamente non sento più gridare. Nella mia testa rivedo la scena e mi scappa da ridere.
Comincio a ridere; sudo e rido; soffoco e rido, tossisco e rido, mi piego in due e non mi fermo più.

Che figura di merda!!

 

 

 

 

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12 thoughts on ““Il Passaporto”

  1. Grande Mike,
    conoscendoti credo proprio che sia un fatto che ti è realmente accaduto, altrimenti è veramente molto realistico. Lo hai scritto in maniera così naturale e concreta che incuriosisce il lettore e lo porta a condividere le ansie del protagonista.
    Molto simpatico.
    Allora, alla prossima.

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  2. Comunque, caro Michele, sono contento che sei ancora vivo dopo quello che hai combinato bloccando il parcheggio del Ministero. Ringrazio, quindi, i colleghi che mi hanno dato la possibilità di conoscerti (ovviamente da vivo).

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  3. Grande Miki… racconto scritto con la classe che ti contraddistingue. È un po’ che non frequento più il Ministero, ma confesso che leggendo ho provato la stessa ansia di quando lasciavo l’auto parcheggiata lì…
    Come ha scritto il buon Pasqui menomale che i colleghi hanno permesso di conoscerti! 😂😂

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