“Voglio andare a vivere in campagna… (ma anche NO!)”

Sono nipote di contadini o, come li classifica 3 sl’INPS, coltivatori diretti. Sia mio padre che mia madre hanno passato l’infanzia e l’adolescenza fra campi, stalle, e orti di varia grandezza.
Entrambi sono andati a scuola, ma questo non impediva loro di dedicare ogni minuto libero a lavorare con i propri genitori. Fra campi di grano, vigneti, uliveti, pecore da portare al pascolo e uova da raccogliere, la campagna richiede impegno e fatica 365 giorni all’anno. Potevano sì nutrirsi di cibi davvero naturali e a chilometro zero ma le ossa rotte a fine giornata non gliele toglieva proprio nessuno. Quando mio padre ha deciso di voler continuare dopo le scuole dell’obbligo e non seguire le orme paterne, per mio nonno è stata una scelta insensata, il quale è sempre stato convinto che la sola ricchezza potesse venire dalla terra. Pur svolgendo un lavoro d’ufficio mio padre non ha assolutamente reciso le sue radici: non esistono sabato, domenica, festività e vacanze di ogni tipo che mio padre non dedichi ai lavori in campagna. Per un paesino italiano dell’entroterra – penso che la regione sia irrilevante: è così un po’ dappertutto – lavorare degli appezzamenti di terra più o meno estesi per chi abita nella campagna è quasi la regola non scritta. Eppure mio padre, nel suo piccolo, è stato considerato comunque un outsider. Quando si è sposato ha deciso sì di occuparsi dei campi, ma di non aver alcun animale, tantomeno un cane: nella mia contrada siamo una delle due/tre famiglie a non avere galline e compagnia cantante. Durante gli anni siamo stati considerati quasi delle mosche bianche dai vicini: spesso ci sono state regalate uova, formaggi fatti in casa o conigli scuoiati – sigh -. Mio padre era ed è molto attivo nella comunità, quindi questi erano dei doni di ringraziamento, ma il commento dei vicini era l’usuale contorno al regalo: forse voi non lo avete!  
Io non ho assolutamente questo forte legame con la campagna, per me è fatica e sudore: non quello bianco che si fa sul tapis roulant di una palestra in centro città, ma quello nero –letteralmente- perché mischiato con la polvere dell’ambiente circostante, e non solo nato per lo sforzo, ma per il sole che picchia forte, i cui raggi non sono un’esclusiva dei mesi estivi, ma ti possono sorprendere quanto più sei calato con la schiena a cercare di incidere un terreno arido con una zappa più grande di te, e con la quale ti puoi anche far male se non sei abile a maneggiarla. La campagna non sono solo le grandi imprese con le attrezzature e i macchinari moderni che fanno vedere nei vari documentari in televisione, ma ci sono tantissime persone che, oltre a proprio orto, si trovano a gestire appezzamenti di terra molto più grandi, e con la sola forza delle proprie braccia. 

 


Mio padre ed i suoi fratelli, ad esempio, hanno avuto in eredità ettari di terreno dedicati ala coltura delle olive, e, per chi non lo sapesse, la pianta di olive ha bisogno di cure tutto l’anno, non è solo l’estenuante periodo della raccolta. Mio padre è legatissimo a queste piante e guai a chi gliele tocca, e l’impegno che queste comportano e il tempo sempre ristretto da dedicare a loro induriscono maggiormente il suo carattere, per nulla morbido, e lo portano a fare tutto con rabbia, con nervosismo, e a sbuffare contro chi gli sta intorno se durante il lavoro vorrebbe scambiare anche qualche chiacchiera. L’immagine del contadino sorridente e rilassato delle pubblicità non gli è mai appartenuta. A chi si riempie di belle parole e pensa a quanto sia bello e rilassante il lavoro in campagna contro lo stress cittadino vorrei fargli passare solo un paio d’ore con mio padre: scapperebbe a gambe levate, ed il più sensibile piangerebbe anche.

Io ho il massimo rispetto per i miei nonni e per i miei genitori ed anche se le poche volte che mio padre ha provato a coinvolgermi nei vari lavori per me è stato un trauma, non negherò mai da dove vengo e i sacrifici che hanno fatto tutti loro per permettere a me di studiare. Per la campagna io però non ci sono proprio portata – ho fatto seccare una pianta grassa- e l’idea di costruirmi una vita simile a quella dei miei mi fa accapponare la pelle.
Certo! A settembre aiuterò mia madre a fare la salsa con i pomodori raccolti da lei e mio padre, e, se un giorno avrò dei figli, lascerò che il nonno prenda loro per la manina e li porti a fare una passeggiata nei campi, ma non mi improvviserò mai una contadina.. combinerei solo dei danni.

Ai giovani nati e pasciuti in città che sognano la vita bucolica contro lo smog metropolitano, consiglierei loro di fare davvero quest’esperienza, ma non in qualche fattoria che per sorridere danno il latte al capretto con il biberon, ma che si mischino fra le vittime di caporalato, le quali subiscono, ahimè, gli stessi trattamenti di chi, fino agli anni 50 circa, non aveva di che sfamare la propria famiglia e allora, oltre al proprio terreno, andava a lavorare quello dei possidenti più grandi, in cambio di pochi spicci.

 

Vedranno poi se tireranno un respiro di sollievo a fine giornata.

 


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