“Ma chi me l’ha fatto fa?” – Cap. I «LA LEVA»

Alla domanda: «come mai hai deciso di fare il poliziotto», ho sempre risposto in modo evasivo. Non che me ne vergognassi, anzi. Il fatto è che non potevo neanche dire che quella scelta professionale fosse stata frutto di una profonda analisi delle mie attitudini. Che alla fine aveva prevalso in me il senso dello Stato e bla bla bla. Onestamente non è andata così.
Oggi, giunto ormai alla pensione dopo più di trent’anni di onorato servizio, vorrei rispondere sinceramente. Vorrei finalmente confessare che quel lavoro non l’ho trovato io, è lui che ha trovato me.
Non ci credete? Allora vi spiego come è andata.

 

 

Capitolo I: La Leva

Tutto è cominciato mentre frequentavo il quarto anno delle superiori. Un giorno, durante una pallosissima lezione di fisica, entrò in classe il Preside accompagnato da alcuni uomini in divisa. 
Minkia, ho pensato, chissà cosa abbiamo combinato per meritare un tale schieramento di forze. Niente paura, erano solo rappresentanti delle forze armate venuti ad illustrare il fascino della carriera militare. Saltare fisica ci stava benissimo, ma dopo due ore di chiacchiere noi maschietti ne avevamo fin sopra i capelli essendo evidentemente disinteressati all’argomento. Le ragazze invece erano tutte prese, rapite dai racconti di questi uomini simili agli attori dei film americani, belli nelle loro divise cariche di gradi e mostrine.
La carriera militare era l’ultima delle nostre aspirazioni. Per dirla tutta non avevamo alcuna aspirazione, ai tempi ci si divertiva e basta. L’unico pensiero (anzi incubo) riguardante la divisa era l’anno di leva che ci aspettava appena finite le superiori.
Eravamo quasi arrivati ai saluti quando mi venne l’idea. Per fare colpo sulle ragazze, alzai la mano e dissi: io mi vorrei arruolare. Posso fare domanda adesso o devo aspettare i 18 anni? Lo avevo detto solo per fare il fico; sapevo che non avendo la maggiore età la risposta sarebbe stata negativa.
Ma certo! risposero in coro, adesso ci dai i tuoi dati e noi ti consegniamo i moduli già compilati, li fai firmare dai tuoi genitori e ce li restituisci la settimana prossima quando ripasseremo per ritirare anche quelli di altri aspiranti.
A quel punto non potevo fare altro che seguirli in presidenza. Porca miseria, per fare il cretino mi sono appena offerto volontario per tutti i corpi militari d’Italia, isole comprese, pensai e adesso come lo spiego a casa?
I miei genitori firmarono convinti (da me) che si trattasse di una simulazione per una ricerca.

La settimana successiva consegnai la documentazione sotto lo sguardo perplesso dei miei amici del cuore. Non ci potevano credere. In effetti solo le ragazze mi guardavano con una certa ammirazione. Avevo suscitato finalmente il loro interesse, ma a quale prezzo! Certo, per qualche settimana ero diventato il ragazzo più popolare dell’istituto ma poi tutto tornò come prima e il mio “gesto eroico” fu definitivamente dimenticato; anche da me.
Avevo da poco compiuto 18 anni e rientrando a casa trovai mamma che piangeva stringendo in mano una cartolina verde e papà che la consolava. Cos’è successo, chiesi preoccupato; cosa sono queste facce da funerale? Mamma mi mostrò il pezzo di carta e ricominciò a piangere. È arrivata la cartolina della leva, devi presentarti la settimana prossima per le visite mediche, mi comunicò papà. Minkia, altro che anno sabbatico a fine scuola, mi tocca andare in qualche sperduto paese del nord, solo, a morire di freddo e a subire inenarrabili soprusi. Voglio morire!

La settimana successiva mi sottoposi alle visite e venni dichiarato idoneo. Adesso è inutile fasciarsi la testa, magari ti iscrivi subito all’università, così rimandi la partenza e col tempo qualcosa ci inventeremo, mi consolò papà.
Una domenica, mentre ero al bar per un aperitivo, arrivò mio padre di corsa. Ho incontrato il Comandante dei Carabinieri, mi ha detto che risulti in esubero[1] e quindi sei esonerato dal prestare il servizio militare, mi disse tutto d’un fiato. Feci una salto dalla sedia e lo abbracciai sotto lo sguardo invidioso dei miei amici. Alcuni di loro, nonostante le avessero tentate tutte, dovevano partire di lì a poco. Vieni, mi disse papà, andiamo a casa a dare la bella notizia a mamma.
Festeggiammo per tutto il fine settimana.

 

Era il 2 dicembre (e chi se lo scorda) quando arrivò un’altra cartolina che mi invitava a presentarmi ad un Centro Addestramento Reclute il giorno 14. Ci dev’essere un errore, sentii dire a mio padre. Chiamo subito il Comandante dei Carabinieri e lui sicuramente chiarirà l’equivoco. E il Comandante lo chiarì l’equivoco!

 Vi ricordate le domande che avevo presentato? Io no, ma l’Esercito sì, e scoprii che era stata accettata e pertanto non c’era errore: dovevo partire.

Dovevo partire da volontario il 14 dicembre, a ridosso delle feste di Natale. Ed era tutta colpa mia. Mi sarei dato una chiodata. Alla stazione (binario 17) un corteo silenzioso mi accompagnò al treno. Avrei voluto salutare con qualche battuta delle mie, ma avevo un enorme groppo in gola ed ero anche parecchio preoccupato.
Salutai con la mano. 
Quando arrivai a destinazione c’era ad aspettarmi un camion (cominciamo bene) con le insegne dell’Esercito; sopra, seduti sulle panche di legno, altri ragazzi della mia età. Ci portarono in caserma e ci sistemarono in una camera enorme e senza privacy arredata semplicemente con letti e piccoli armadi dove ognuno poteva sistemare le proprie cose.
Passai una notte orribile.

Il mattino successivo ci portarono dal barbiere. Quando venne il mio turno mi accomodai sulla poltrona mooolto preoccupato; non vedevo forbici in giro, ma solo una sfilza di tosatrici allineate minacciose. Vorrei solo una spuntatina alle punte, mormorai con poca convinzione. L’uomo in camice sorrise e mi rispose “ai suoi ordini, mister” e cominciò. Alla fine i miei bellissimi capelli a boccoli giacevano su quel pavimento freddo assieme ad altri capelli sconosciuti. La mia barba scientificamente poco curata non c’era più. Non mi assomigliavo più, sembravo un bambino di dodici anni con la testa piccola e bianca. Anche se mi dovessero dare una licenza per passare il Natale a casa non partirei, in queste condizioni non avrei il coraggio di farmi vedere in giro, osservai avvilito.
Al termine della tosatura ci condussero nei pressi di un campetto avvolto da una fitta nebbia. In mezzo a quella foschia si intravedevano una serie di cabine molto simili a quelle dei lidi al mare: erano le docce. A turno dovevamo entrare nella doccia e in soli cinque minuti, ci dovevamo insaponare, lavare e sciacquare (erano a tempo). Ci consegnarono una sacco dove riporre i nostri vestiti e un asciugamano in tela grezza per asciugarci. Aiuto, io ho freddo anche col cappotto e mi dovrei denudare qui all’aperto? E poi non ce la faccio proprio a lavarmi in cinque minuti! A casa ci metto almeno mezz’ora anche quando vado di fretta, pensai. Avrei voluto declinare “l’invito” ma vedendo gli altri che eseguivano rassegnati e intimoriti, mi spogliai anch’io. Uscii dalla doccia ancora insaponato, l’asciugamano di tela mi si era incollato addosso e mi avvolgeva come un sudario gelido. Mi guardai intorno e scorsi altri fantasmi che come me vagavano nella nebbia avvolti da un alone di vapore.
Sembrava una scena tratta dalla Divina Commedia.
Che altro mi deve succedere? Mi domandai mentre entravamo in uno stanzone piastrellato molto simile ad un mattatoio. Disponetevi su quattro file, ci intimò un omino in divisa. Mi misi in fila; mi vergognavo a mostrarmi così e cercavo di coprirmi alla meglio con le mani, tremando dal freddo. Cercavo di distrarmi pensando ad altro ma era difficile in quelle condizioni. Guardai in cima alla fila per vedere cosa dovevamo fare. Scorsi una persona in camice bianco che con un pennello intriso di una sostanza rossastra segnava la parte destra del torace del malcapitato di turno. Che fanno, ci marchiano come cavalli? Pensai battendo i denti.
Non ce la facevo più, avevo sempre più freddo e dovevo anche fare la pipì. Vedendo che i ragazzi che mi precedevano avanzavano con riluttanza decisi di rompere gli indugi e di farmi avanti. Che sarà mai, è solo un po’ di tinta, dissi spavaldo mentre scavalcavo la fila. Quando arrivai in cima l’uomo col pennello mi marchiò come previsto poi ne spuntò un altro (minkia, non l’avevo visto) che mi conficcò una siringa enorme nel torace iniettandomi una sostanza oleosa e dolorosa.

Che barbarie! Che dolore! Che febbrone mi è venuto! 

 

Non posso credere che stia succedendo proprio a me, pensavo nel mio letto di dolore. Erano letti a castello e io giacevo in quello inferiore; sopra di me un ragazzone enorme delirava e si rigirava in continuazione mettendo a dura prova la resistenza della rete che per effetto del peso si era avvicinata pericolosamente alla mia faccia.
Niente libera uscita per tre giorni, mi aveva ordinato il dottore dopo la vaccinazione. E chi vuole uscire? E poi io non sopravvivrò tre giorni, morirò tra poco, me lo sento. Per molto meno mia mamma avrebbe convocato un consulto medico e invece adesso sto morendo solo e lontano da casa. Assorto nei miei tristi pensieri non mi ero accorto che si era avvicinato un uomo in camice bianco. Come va? Mi chiese allegro assestandomi contemporaneamente una pacca sul petto dolorante che nel frattempo si era gonfiato fino a diventare una seconda/terza di reggiseno. L’immenso dolore mi fece scattare seduto, urtai violentemente la testa contro la rete del letto di sopra creando un effetto grattugia sul cuoio capelluto e ricaddi di peso sul cuscino. Dio, fammi morire adesso, non posso vivere dodici mesi così, pensai prima di svenire.

 

 

 

 

TO BE CONTINUED….

 

 

 

 


240_1

 

[1] Questo avveniva quando nell’anno in questione le reclute risultavano in numero maggiore rispetto a quello che le caserme potevano ospitare (oggi si direbbe overbooking). In questi casi il Ministero della Difesa ne esonerava una parte.

10 thoughts on ““Ma chi me l’ha fatto fa?” – Cap. I «LA LEVA»

  1. Fantastica e appassionante storia. Aspettative mai deluse quando la penna è la tua. Alla fine mi hai lasciato come davanti a un piatto di profiteroles di cui non puoi mangiare l’ultimo boccone…fetentone! 🙂 A voler vedere il bicchiere mezzo pieno meglio così, perché vuol dire che ci sarà un seguito, o magari anche più! Complimenti davvero. P.S.: ma vogliamo parlare delle immagini abbinate? Esilaranti anche quelle!

    Liked by 1 persona

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...