“Ma chi me l’ha fatto fa?” – Cap. II «L’ADDESTRAMENTO»

Alla domanda: «come mai hai deciso di fare il poliziotto», ho sempre risposto in modo evasivo. Non che me ne vergognassi, anzi. Il fatto è che non potevo neanche dire che quella scelta professionale fosse stata frutto di una profonda analisi delle mie attitudini. Che alla fine aveva prevalso in me il senso dello Stato e bla bla bla. Onestamente non è andata così.

Capitolo I: La Leva

 

Capitolo II: L’addestramento

Dopo un paio di giorni la febbre mi era passata e il petto era tornato della giusta misura. Mi sentivo debole e in testa avvertivo dolore e prurito. Raggiunsi il bagno di quella che poi scoprii essere l’infermeria e mi guardai allo specchio: la buona notizia era che non essendoci più i capelli avrei potuto spalmare agevolmente la pomata sulle ferite; quella brutta era che sembravo un sopravvissuto di Birkenau.
Quando tornai nella mia camerata trovai sul letto un baule con il mio nome sopra. Dentro c’erano uniformi, tute mimetiche, calzini, mutande e maglie di cotone e di lana, scarpe, anfibi, materiale per la pulizia, insomma un corredo completo.
Il mio coinquilino del “piano” di sopra, quello grande e grosso che somigliava all’orso Baloo (Balù), mi disse che si era offerto di ritirarla al posto mio e che l’indomani avremmo dovuto presentarci all’appello indossando la tuta mimetica. Lo ringraziai e mi accinsi a provarne una. Quando mi guardai allo specchio ci vidi riflesso un tizio che assomigliava a Bibendum, l’omino della Michelin. Ma che li hai presi della tua taglia? gli chiesi sconfortato accasciandomi sul letto.

Il giorno successivo, così conciato, iniziai il temuto addestramento. Fu un’esperienza perfino istruttiva; scoprii che i militari comunicavano solo urlando e noi dovevamo rispondere con lo stesso tono concludendo sempre con la parola “Signore”.
Scoprii anche che qualsiasi cosa ti chiedevano di fare dovevi farla di corsa e senza discutere. Dovevi anche lavarti di corsa, mangiare di corsa, andare al bagno di corsa…. che stress!

Meno male che dopo pochi giorni le attività furono sospese per via delle imminenti feste di Natale. I più fortunati (tanti) tornarono a casa in licenza e in caserma, esclusi pochi graduati, eravamo rimasti solo noi, le reclute appena arrivate. Ma com’è potuto succedere? Mi chiedevo continuamente e me lo chiedevano anche i miei genitori quando li chiamavo al telefono pregandoli di inventarsi qualcosa per farmi tornare a casa.
Passavamo le giornate allo spaccio[1] della caserma; dal Jukebox Alberto Radius mi chiedeva “che cosa sei” e io rispondevo: un idiota, what else?
Eravamo talmente pochi che potevamo disporre dei biliardini per tutto il tempo che volevamo. Io facevo coppia fissa con una ragazzo che avevo soprannominato “Riporto”. Il nome non era riferito ad un problema di capelli, ma al fatto che chiedeva in prestito le cose dicendo “poi te lo riporto” e non lo faceva mai. Lo avevo incontrato qualche sera prima mentre ero fermo davanti a un ristorante; come al solito in mensa non avevo toccato cibo e avevo lo stomaco che brontolava. Stavo studiando i prezzi quando sentii una presenza al mio fianco. Riflessi nella vetrina c’erano due adolescenti in divisa verde: uno di questi era un ragazzo alto e allampanato che avevo già visto durante la mattanza delle vaccinazioni. Che fai entri? Mi chiese sorridendo. No, stasera non posso, risposi demoralizzato. Visto che anche io non ho ancora cenato vado a prendere qualcosa da mangiare, stasera sarai mio ospite affermò dirigendosi verso un supermercato. Poco dopo lo vidi riapparire con un sacchetto di patatine in mano. Vieni che banchettiamo, mormorò avviandosi verso un parcheggio. 
Lo seguii perplesso chiedendomi come avremmo potuto sfamarci in due con quelle poche patatine. Arrivati in una zona poco illuminata mi passò le patatine e dall’interno del cappotto tirò fuori un involto, lo appoggiò sul cofano di una macchina e lo aprì: conteneva un pollo arrosto intero, caldo e profumato. Poi glielo riporto, esclamò ridendo mentre ne afferrava una coscia. Se mi vedesse mio padre, pensai prima di divorarne un boccone enorme scottandomi il palato.
I nostri avversari a biliardino erano due ragazzi siciliani che chiamavamo Franco e Ciccio. Si conoscevano da sempre avendo frequentato insieme tutte le scuole, dall’asilo al liceo e forse proprio a causa di questa assidua vicinanza avevano la strana abitudine di concludere l’uno la frase dell’altro. Fisicamente non potevano essere più diversi: Franco era il tipico siciliano bruno, di media statura e con i capelli neri e ricci, Ciccio era alto biondo e con gli occhi verdi, sembrava il mitico Thor. Il loro meraviglioso accento me li aveva resi immediatamente simpatici nonostante fossero entrambi permalosi e attaccabrighe.
Balù invece fungeva da arbitro. Balù era un ragazzone grande e grosso che era diventato la mia ombra da quando si era accorto che in mensa non toccavo cibo. Appena appoggiavo il vassoio su tavolo mi chiedeva: quello lo mangi? e senza aspettare la risposta se ne appropriava. Io restavo a guardarlo affascinato, chiedendomi come facesse a divorare quella sbobba unta che a contatto col vassoio d’acciaio si coagulava immediatamente diventando fredda e gelatinosa.
Fu con questi strani compagni di viaggio che passai le mie prime feste di Natale lontano da casa.
Verso la prima metà di gennaio la caserma tornò ad animarsi e tutte le attività ripresero. Che la vita militare non fosse fatta per me ormai mi era chiaro, ma quando cominciammo l’addestramento con le armi ne ebbi l’assoluta certezza. Mettere delle armi potenzialmente letali nelle nostre mani non mi sembrava una buonissima idea: poteva capitare qualche incidente. Purtroppo non fui smentito.

 

Il primo sciagurato episodio avvenne durante l’esercitazione al lancio delle bombe a mano.
La procedura era più o meno la seguente: il Sergente istruttore accompagnava due reclute per volta sulla linea di tiro dove illustrava le modalità del lancio: prendete una bomba dalla cassa e impugnatela posizionando le dita in questo modo, strappate la spoletta e alzate il braccio, contate fino a quindici e poi lanciatela con forza verso l’obiettivo.
Terminata la spiegazione calzava le cuffie di sicurezza e tornava verso l’apposito muretto di protezione dove si accucciava al riparo.
Tutto filò liscio fino a quando toccò ai miei amici Franco e Ciccio. All’inizio, come due bravi scolaretti eseguirono tutto alla perfezione: presero le bombe, si posizionarono sulla pedana di lancio e tolsero la spoletta. 
Poi, inspiegabilmente, cominciarono a spintonarsi e a discutere animatamente disinteressandosi delle granate che nella concitazione erano cadute a terra. Nonostante si trattasse di ordigni a salve con basso contenuto di esplosivo, lo scoppio contemporaneo e ravvicinato delle due bombe rintronò talmente l’ignaro Sergente che dovette essere accompagnato in infermeria in stato di shock.
Per fortuna i miei amici, che poi confessarono di aver litigato su chi doveva iniziare a contare, se la cavarono con pochi lividi e cinque giorni di cella di rigore[2].

L’altro spiacevole incidente capitò durante un esercitazione con i fucili mitragliatori. 
L’addestramento si svolgeva in un poligono di tiro lontano dal centro abitato. A prima vista sembrava un enorme campo da calcio interamente ricoperto di neve. Dalla parte opposta di questa distesa bianca si distinguevano alcune sagome adibite a bersaglio. La zona di tiro era stata allestita su una terrazza in muratura che sovrastava il pianoro. Dovendo sparare distesi a pancia in giù erano stati sistemati a terra una serie di teli mimetici per evitare il contato diretto con la neve.
Aspettavo il mio turno in quella landa gelida e cominciavo a non sentirmi più i piedi. Anche le mani erano ghiacciate nonostante le battessi in continuazione per non perdere del tutto la sensibilità. Col passare delle ore sentivo l’ansia montare e cominciavo a respirare a fatica. Avrei voluto simulare un malessere o fingermi morto ma ero abbastanza sicuro che non avrebbe funzionato, perciò, quando sentii che mi chiamavano, salii le scale che portavano alla piattaforma felice come un condannato avviato al patibolo. Ascoltai distrattamente le indicazioni dell’istruttore, poi meccanicamente calzai l’elmetto (che mi stava grande), presi il fucile e mi stesi a pancia in giù.
Una sensazione di gelo mi bloccò immediatamente il respiro; sul telo si era formata una fanghiglia ghiacciata che mi aveva inzuppato la tuta mimetica e anche gli indumenti di lana che portavo sotto per ripararmi dal freddo. Provai a concentrarmi sul bersaglio ma nonostante i guanti di lana avevo le mani intorpidite e non riuscivo a prendere la mira. Tremavo talmente tanto che avevo la sensazione che le sagome si muovessero autonomamente. Inoltre, da quella posizione non riuscivo più ad individuare il mio bersaglio. Dovevo assolutamente rialzarmi il prima possibile o sarei morto assiderato. Sentivo che stavo per vomitare così decisi di rompere gli indugi; inviai una muta supplica al Signore e cominciai a sparare. Alla prima raffica l’elmetto mi calò sugli occhi nascondendomi definitivamente il bersaglio.
Fu un incubo, sparai tutti i restanti colpi alla cieca mentre il mio supervisore mi urlava ogni genere di volgarità. Quando il caricatore si svuotò mi alzai per riconsegnare l’arma ma, ancora frastornato dalle esplosioni e dagli insulti, feci l’errore di appoggiarmi alla canna del fucile che essendo divenuta rovente mi bruciò simultaneamente i guanti e le mani. Istintivamente mollai l’arma che rimbalzò sul cemento e cadde di sotto sprofondando nella neve soffice sotto lo sguardo allibito dell’istruttore.
Non avete idea di quanto tempo impiegarono per recuperarla.

 

Non posso vivere dodici mesi così. Aiutatemi!

 

 

TO BE CONTINUED….

 

 

 


33_ l'addestramento[1] Bar
[2] una specie di carcere

10 thoughts on ““Ma chi me l’ha fatto fa?” – Cap. II «L’ADDESTRAMENTO»

  1. Bella la descrizione dell’addestramento!
    Poveri Franco e Ciccio…hanno fatto la figura dei “Carabinieri”! E un pochino anche il protagonista, “poliziotto inconsapevole”!

    Liked by 2 people

  2. È talmente descritto bene da farti sentire parte dei personaggi. Divertentissimo può essere messo in scena. Aspetto il secondo episodio. Bravo il mio grande Michele. Gabriella

    Liked by 2 people

  3. Sei sempre un grande! Riesci a calamitare l’attenzione di chi legge. Chi ti conosce, poi, riesce proprio a vedere il giovane mikrah che vive quelle buffe ma reali vicende. Situazioni che per certi versi anche io ho vissuto.
    Aspetto con ansia il prossimo capitolo, ma non farci attendere troppo.
    A presto. Leo

    Liked by 2 people

  4. Immaginarti con una enorme mimetica addosso, con l’elmetto che casca sugli occhi o appoggiato alla canna rovente del fucile…non potevi scegliere una descrizione più calzante per rendere l’idea al lettore della tua innata capacità di cogliere il lato ironico e anzi…tragicomico della vita. Complimenti! Aspetto con grande piacere e curiosità il seguito.

    Liked by 1 persona

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...