“Pirožki, Prigioni & Libertà”

«Se hai i pirožki nella sportina vuol dire che non sei solo. Qualcuno ti ama. »

 

I Pirožki di Red

(la ricetta è presa da un ricettario di Expo 2015)

 

Ingredienti per la pasta (dose per circa 50 pirozki)
-1 kg di farina
-250 ml di latte parzialmente scremato
-35 gr di lievito
-2 uova
-150 gr di zucchero
-1 cucchiaino di sale
-200 gr di burro

Preparazione

Riscaldiamo il latte a fiamma bassa, mescolando continuamente sino a quando non avrà raggiunto una temperatura molto alta. Aggiungiamo un po’ di zucchero e lo mescoliamo con la farina e con il sale.
Uniamo il lievito, poi le uova e infine il latte. Mescoliamo bene con un frullino o a mano, sino a quando l’impasto non si separerà dalle pareti della ciotola. Copriamo con uno strofinaccio di cotone e lasciamo lievitare in un luogo tiepido per circa sessanta minuti.

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Quando la pasta sarà lievitata, aggiungiamoci il burro sciolto, mescolando bene sino a quando l’impasto non si staccherà di nuovo dalle pareti della ciotola. Riponiamo l’impasto in un luogo tiepido e lasciamolo lievitare sino a quando non sarà raddoppiato in volume.

Ingredienti per il ripieno al cavolo
– ½  cavolo
– 3 uova
– 50 gr di burro fuso
– ½ cucchiaino di sale

Procedimento

Affettiamo il cavolo a striscioline sottili, portiamo ad ebollizione dell’acqua salata e versiamoci il cavolo; riduciamo la fiamma e lasciamo cuocere per cinque/dieci minuti. Intanto mettiamo a cuocere le uova per renderle sode che poi schiacceremo fino a farne poltiglia. Scoliamo il cavolo e lo asciughiamo per bene.  Ci mescoliamo le uova sode schiacciate e il burro.

Ingredienti per il ripieno di carne
-300 gr di carne tritata di manzo e maiale
-1 cucchiaio di burro fuso
-3 cipolle, tritate finemente

Procedimento

redCuociamo le cipolle nel burro, poi aggiungiamo la carne e finiamo di rosolare. Se il ripieno dovesse risultare troppo asciutto, aggiustiamo con del brodo.

Ingredienti per il ripieno di mele 
– 4 mele
– cannella q.b.
– zucchero q.b.
– 40 gr di burro

Procedimento

Tagliamo le mele a fettine sottili. Le condiamo con la cannella, il burro e lo zucchero.

Prendiamo una massa di impasto grande quanto una pallina da tennis, pressiamola sino a ottenere un cerchio largo come il palmo della nostra mano e farciamo con il ripieno, infine chiudiamo, sigillando bene i bordi.

Disponiamo i pirozhki su una leccarda e spennelliamoli con un uovo sbattuto. Lasciamoli crescere ancora dieci minuti e inforniamo a 200 gradi per circa 20-25 minuti.

Una volta tolti dal forno, lasciamo raffreddare i pirozhki su una tavola di legno.

 

 

Non è passato poi molto, dal mio anno buio, da quello che considero la mia personale prigione. Non ne ho ancora parlato approfonditamente e non so se avrò mai la voglia di farlo. Forse mai. Forse domani.
Non è per pudore, o per vergogna.
È che semplicemente a parlarne fa ancora male. È che certe ferite non guariscono mai del tutto, e scriverne è un po’ riviverle.
E allora posticipo. Prima o poi, mi dico.
Ad ogni modo, le prigioni che ci creiamo, sono pericolose tanto quanto quelle fisiche, reali. La differenza è che dalle personali celle di isolamento possiamo uscire “quando vogliamo”, e ci tengo alle virgolette perché non è proprio così. Quando ci sei dentro, non è facile, non è così logico.

Ma sicuramente è un po’ più semplice che dal sistema giudiziario e dalle prigioni vere e proprie!
Fra burocrazia, cattivi consiglieri, avvocati oberati e distratti, giudici troppo impegnati per salvaguardare davvero le persone e non solo il sistema, per guardare che quello che si sa per condannare sia sul serio un carnefice e non una vittima… è davvero complicato riuscire a uscire.

Non ho mai lavorato direttamente in una prigione, ma ho collaborato con insegnanti, volontari e registi che l’hanno fatto e mi hanno spiegato che un buon 20% non ha commesso reati, un altro 50% avrebbe potuto usufruire di pene alternative, più leggere, di una riabilitazione anziché di una pena detentiva.
70% della popolazione carceraria potrebbe (dovrebbe) non essere rinchiusa.
È un numero che spaventa, non credete? 

Non sono qui per aprire un dibattito su una riforma giuridica, non ne ho le competenze, non è il luogo. Però mi sembra una premessa doverosa fare un accenno alle persone che ogni giorno guardano il cielo attraverso le sbarre, perché tutto sommato in galera non c’è gente così diversa da noi. In galera ci sta, anche,- non voglio generalizzare, rimane un 30% di criminali che ci dovrebbero marcire! Per i quali magari la galera è anche poco rispetto a ciò che hanno fatto!- chi ha fatto che una scelta sbagliata di troppo. E la sta pagando a caro prezzo.

Non potrebbe capitare anche a noi? 

È proprio di questo che parla la serie tv che voglio consigliare a tutti: ORANGE IS THE NEW BLACK, di Piper Chapman, interpretata da Taylor Schilling (“Mercy”, “Argo”) una Waspy (bianca, bionda, classe alto-borghese) di 34 anni, che vive la sua banalissima vita a New York, convive con un fidanzato alquanto sfigato ma dolce, e conduce una vita tranquilla e normale.
Normale.
Ma proprio uno di questi giorni normale, della sua vita normale, arriva una doccia fredda: Piper dovrà scontare 15 mesi di carcere in una prigione federale femminile. È accusata di riciclaggio di denaro, per aver trasportato un paio di valige mentre aiutava la sua ex fidanzata Alex Vause (Laura Prepon, “The 70 show” – “HIMYM”), una trafficante internazionale di droga.

Assurdo?
State pensando “ma dai, è una fiction, non potrebbe mai succedere a me”.

Be, non starei troppo tranquilla. Questa è una storia vera!
Romanzata il giusto per poterla mandare su Netflix, certo, ma “Orange is the new black” è tratta dal libro autobiografico scritto da Piper Kerman, che per lo stesso reato ha scontato 13 mesi nella prigione federale di Danbury, nel Cunnecticut.

«If you can’t do the time, don’t do the crime», recita un adagio dell’Harlem ispanica. 

Piper avrebbe dovuto ascoltarlo, ma per amore, per ingenuità, poco importa il motivo, si è resa complice di un reato. Un reato che nessuno avrebbe mai scoperto se non fosse stata tradita da quella che credeva un’amica, un’amante, una persona cara.
Perciò ripeto, non statevene troppo tranquilli, tutti abbiamo fatto una ca**ta, la differenza sta nell’essere beccati.

 

Il realismo è dato anche da dettagli come ad esempio gli abiti “da prigione” che vestono le detenute i quali sono acquistati direttamente da chi fornisce vestiti nelle carceri. Dalla varietà di personaggi principali, così grande che ti smarrisci nelle loro storie e desidereresti essere informato di tutte nei minimi dettagli, ma non è possibile, non si conosce mai a fondo qualcuno.
Mentre la finzione è chiara nel ritmo frizzante e dinamico, ogni giorno succede qualcosa a Liechfield, non ci si annoia mai!

Dalla corsa al pollo alla gara di lavoro, dall’innamoramento guardia-detenuta al parto in carcere.

 

La serie tv fa ridere, è allegra e qualche volta sfiora il surreale, ma non solo, è magistralmente girata perché sia un’altalena tra leggerezza e crudeltà, erotismo e insicurezza completa.
Ci si identifica facilmente in almeno una delle detenute, per somiglianza, per esperienze, per carattere…
Ci sono delle battute davvero geniali, un’ironia nera da far invidia a Poe.

Fa ridere per le prime due stagioni e mezza almeno, ma da metà della terza c’è un crescendo emozionale straordinario, grazie a nuovi personaggi in grado di frantumare tutto quello che in tre anni avevamo imparato a capire, e digerire (con fatica). Nuove guardie problematiche da gestire, la nuova direzione privata della prigione, con le dinamiche di profitto in opposizione a quelle del benessere delle persone.
Piano piano la narrazione si fa più cruda e realistica, più vicina a ciò che pensiamo della vita carceraria. Se all’inizio il carcere è uno sfondo e ci ricordiamo che le donne lì dentro sono prigioniere solo in rari episodi (in cui quasi sempre è coinvolto Porno Baffo-Pablo Schreiber “The Wire”), andando avanti è come se si rimpicciolissero i muri, calasse un nebbia di cattiveria e realtà. Il cibo, già scarso e mangiabile solo grazie agli sforzi di Red – (Kate Mulgrew, “Star Treck, Voyager”) (che ogni giorno rimpiange i suoi pirozki*, così tanto da avermi fatto venire voglia di mangiarli!  E devo ammettere che sono deliziosi, ve li consiglio caldamente!!) e Gloria (Selenis Leyva, “Taina”), viene dichiarato spesa superflua! E il nutrimento viene affidato a cibo inscatolato, imbustato e semiscaduto. L’isolamento è usato al posto del semplice richiamo, non più una minaccia per qualcosa di grave ma una specie di dimostrazione perversa di potere, un abuso che stringe il cuore.
La pulizia, la sicurezza, le perquisizioni casuali (e invasive!), niente è davvero importante perché le detenute perdono sempre di più il loro status di essere umani e diventano quasi bestie da macello.

 

A Giugno arriverà la quinta, poi altre due, non è chiaro se la settima sarà l’ultima, si sa per certo che più si va avanti meno la creatrice, Jenji Kohan, prende ispirazione dal libro.  Anzi, sembra avvicinarsi sempre di più alla cruda verità di Oz. Per cui, da una parte spero che si chiuda presto prima che versi altre lacrime amare!

 

Vi consiglio di metterla da parte e di guardarla in Autunno, una stagione di mezzo, abbastanza fredda da farci apprezzare il fatto di avere un tetto sulla testa, ma ancora abbastanza calda da farci correre fuori all’aria aperta, respirando a pieni polmoni la nostra (spesso data per scontata) libertà!

 

 

 

 

 


Qualche curiosità dal web:
– Il titolo di ogni episodio viene citato all’interno della puntata.
-Le riprese sono state effettuate nei Kaufman Astoria Studios, a New York, le scene all’esterno della prigione sono state girate in un ospedale psichiatrico ora abbandonato.
-Le scene in cui si vede Sophia al maschile, prima della sua transizione, sono interpretate dal fratello gemello di Laverne CoxM.Lamar.
– I volti che si vedono nella sigla appartengono a vere detenute (compresa Piper Kerman).
In prigione la scrittrice non ha avuto una liaison così passionale e romantica con Alex (che in verità si chiama Catherine Cleary Wolters) così come la vediamo sul piccolo schermo. Inoltre, le due hanno condiviso lo stesso carcere solo per 5 settimane a Chicago e non per l’intera durata della condanna di Piper.

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