“L’ha detto la Maestra!”

Mentre in giro si sente molto parlare di genitori esageratamente coinvolti nella vita scolastica dei propri figli (dalle chat di gruppo per tenersi informati sui compiti da fare a casa alle irruzioni in sale docenti con tanto di: “lei non ha dato il giusto voto a mio figlio!”), io sono sempre stata una scolaretta che ha cercato di fare il proprio dovere evitando il più possibile di rendere partecipi mamma e papà dei miei affari, convinta di dovermela cavare da sola e di dover ciecamente eseguire i compiti ordinati dalla maestra. 

Ero molto meticolosa, e questo mi portava a stare ore e ore sui quaderni per fare ogni cosa precisa come mi era stata ordinata. Se capitava di chiedere aiuto a mia madre pretendevo da lei la stessa cura ed attenzione e il mio intercalare era sempre il solito: <<lo ha detto la maestra>>. Questo mio atteggiamento a volte infastidiva i miei familiari, ma la piena fiducia che riponevo nelle mie insegnanti era influenzata anche dal fatto che queste gentili signore non esitavano a rimproverare in malo modo chi non svolgeva il proprio compito nella maniera più adeguata. Purtroppo, come a molti, mi è capitato che mi facessero sentire una stupida, come ad esempio quando, dovendo disegnare un giardino fiorito (io avevo passato l’intero pomeriggio a ricoprire una pagina di quadernone con fiori curati nei minimi dettagli con petali, steli e foglie, cercando di farli tutti di colori diversi) sono stata accusata di aver fatto dei fiori troppo grandi, sproporzionati rispetto a non ricordo cosa. Con la testa china e gli occhi lucidi ho cancellato l’intero mio disegno e ho cominciato a fare fiori piccolissimi, con tutti loro dettagli.

Ero delusa, ma da me stessa.. non perché avessi ambizioni da prima della classe – non me ne è mai importato proprio nulla- ma perché ho visto il mio impegno ed il mio entusiasmo demoliti in quattro e quattr’otto. 

Demolire impegno ed entusiasmo di un bambino è più facile di quanto si pensi, purtroppo, perché un bambino apporta la propria vitalità in qualsiasi cosa faccia, come se vedesse il mondo introno a sé sempre coloratissimo e, nel bene o nel male, spesso può incontrare qualche adulto che cambi le impostazioni e restituisca delle immagini in bianco e nero. Io però non mi sono quasi mai lamentata dei rimproveri, ho sempre dato fiducia ai cosiddetti adulti e se avevano sentenziato così, di sicuro mi ero fatta artefice di un grave errore.

 

C’è stata una volta, però, in cui, a più di vent’anni di distanza, penso che avrei dovuto ribellarmi, che avrei dovuto far valere le mie ragioni, che non sarei dovuta correre ai ripari per fare tutto come ha detto la maestra.
Non ricordo se in prima o in seconda elementare, ma la maestra di italiano ci aveva suggerito (leggi: ordinato) di acquistare tutti una determinata marca di pastelli colorati per fare i vari compiti e lavoretti di classe, e avendo io una sorella ed un fratello maggiori che avevano abbondantemente finito le elementari e ognuno di loro aveva fatto la propria carrellata di acquisti per la scuola, ho entusiasticamente deciso di racimolare tutto i loro astucci e creare la mia serie di pastelli originali, mettendo insieme tutti i colori – e tutte le marche- possibili. Ero davvero fiera della mia collezione: i miei pastelli non erano degli anonimi soldatini della stessa altezza, dello stesso colore con solo la punta che li distingueva l’uno dall’altro, ma avevano ognuno la propria storia, la propria personalità e l’intrinseco valore simbolico del legame con i miei fratelli.

 

La maestra non aveva subito controllato gli acquisti di noi alunni, ma ne ha avuto l’occasione quando, tutti in piedi intorno alla sua cattedra con l’astuccio in una mano e ed una fotocopia da colorare nell’altra, abbiamo atteso il nostro turno affinché lei ci mostrasse quali colori usare per il disegno tratteggiato sul foglio. I miei compagni a mostrare i loro pastelli tutti tristemente uguali, ma nuovi e tirati a lucido, io in fermento all’idea di mettere all’opera i miei gioiellini. Arrivato il mio momento ho aperto a due mani il mio astuccio rosa e viola per far sfilare sotto gli occhi della maestra i pastelli e lei per poco non ha urlato.. 

Penso di averle fatto uscire qualche capello bianco in più e per tutto il resto del tempo è stato un borbottare e un lamentarsi perché non avevo le matite tutte uguali e con nervosismo cercava i colori più adatti al disegno. Che delusione mentre afferrava con sdegno i miei pastelli! A poco a poco il mio entusiasmo si spegneva, sentivo che stava offendendo i miei amici inanimati, che stava offendendo mia sorella e mio fratello, ma no ho detto nulla, guardavo inerme mentre stuprava il mio foglio. Dopo che aveva segnato tutte le parti da colorare, puntandomi un mio pastello in fronte a mo’ di bacchetta, ha esclamato: “Voglio dei colori cristiani”. Nel mio dialetto, con l’accento sulla seconda i e la seconda a tenuta per qualche secondo, la parola cristiano viene usata come sinonimo di decente, degno, e simili. Sono tornata delusa al mio posto, con la testa bassa e gli occhi lucidi, e una volta tornata a casa ho chiesto ai miei genitori di acquistarmi la famigerata scatola di colori. A più di vent’anni di distanza mi domando perché non abbia fatto valere le mie ragioni, perché non abbia difeso i miei pastelli.  

Avrei avuto tutti i validi motivi: la gamma di colori c’era tutta, sarebbe stata una spesa superflua e da qualche parte avrei dovuto pure iniziare per la mia battaglia contro l’omologazione! E invece niente: a parte segnare quella come un’esperienza che mi ha ferito, ho seguito sommessamente le indicazioni e ho usato i miei pastelli sui generis solo a casa, e non a scuola. Penso sia stato proprio il mio atteggiamento da lo ha detto la maestra che mi abbia condotto ad ubbidire senza pensare, e, riflettendo, penso che quel piccolo mantra sia stato ripetuto in qualche angolo della mia mente durante tutto il mio periodo scolastico – dalle elementari all’università- e mi abbia fatto nutrire sempre molta fiducia nei confronti dei  miei docenti.
A volte basta solo ricordare che, per quanto questi ricoprano un ruolo istituzionale, sono esseri umani e come tali sono soggetti all’errore, e se non peccano d’arroganza, si può aprire con loro un confronto costruttivo, senza mettere in mezzo paroloni, parolacce, o accuse e senza montare su un pulpito e predicare, che è ciò che, ahimè, oggigiorno, i social spingono involontariamente a fare.

Il ricordo della mia piccola esperienza mi suggerisce che non posso avere sempre paura di esprimere la mia opinione, e che la mia personalità non può certo piacere a tutti, ma non per questo deve essere plasmata per somigliare a qualche altra. La creta della mia anima è in fieri ed ambisce solo a crescere e a migliorarsi.. ma Sabrina sono, e Sabrina resto, con lo spauracchio dei miei pregi, la valanga dei miei difetti e con le mie idee stralunate che faranno storcere il naso a qualcun altro, ma fanno sorridere me, quindi: tanto meglio!!

 

 


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