“Anno del Signore 1553_ Tre Donne, Un Destino”

A Roma gli onomastici non sono molto sentiti, tranne i santi maggiori, solitamente non sai nemmeno quando cade il tuo; ma avendo entrambi i genitori del Sud è stata festeggiata per anni anche questa ricorrenza.
Ora, io sono sempre stata convinta che mia madre si sia inventata la data per non farmi sentire diversa dai miei cugini, coi loro nomi tradizionali ben scolpiti sul calendario, mentre io, Gioia, non ho mai avuto il mio Santo.
Non che me ne sia mai importato, ma contando che è un regalo in più durante l’anno… perché no?

La data presunta è il 13 Marzo, Santa Eufrasia (che pare voglia dire gioia in qualche lingua). A pensare che mi sarei potuta chiamare così mi viene un prurito micidiale. O forse è la Primavera, come sempre.
Anche se, tecnicamente la Primavera entra il 21, quindi il mio compleanno cade d’Estate e l’onomastico d’Inverno… c’è della poesia. O meglio, ci sarebbe, se non fosse che puntuale come uno svizzero a me l’allergia comincia il 1 Marzo!

Ad ogni modo, si parlava di regali extra, sempre graditi, specialmente se come me si fanno le wish list e quindi capita solo raramente di ricevere pigiami extralarge, accappatoio di spugna o bracciali che mai e poi mai metteresti in pubblico.

Le wish list dovrebbero essere obbligatorie, specialmente per chi ha gusti complicati.
Nella mia wish list del 2007 in concomitanza di questo fantomatico onomastico, c’era “Il giullare della Regina”, scritto da Philippa Gregory.

 

 

42_ il giullare della regina“Ero il giullare della regina… non m’importava di essere chiamata buffone. Io ero la sacra folle, nota per avere il dono della veggenza, per aver predetto che in questo giorno la regina avrebbe riavuto ciò che era suo. Alcuni si fecero addirittura il segno della croce al mio passaggio, riconoscendo il potere conferitomi. E così marciai a testa alta, senza temere che tutti quegli occhi puntati su di me notassero la mia pelle olivastra e i miei capelli scuri e mi chiamassero spagnola o peggio. Quel giorno mi considerai un’inglese, una fedele inglese con un profondo amore per la mia regina e per il mio paese d’adozione ed ero felice di esserlo.”[1]

 

Attratta dalla trama[2], non mi sono accorta che è in realtà il secondo di una saga. Ma, fortunatamente leggendolo ho realizzato che ogni opera narrativa è a sé, la linea storica lega i vari libri, ma ogni storia inizia e finisce nel romanzo.

 

 

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Non so se mio zio l’avesse davvero letto, o avesse scritto la dedica sul libro ispirato dalla quarta di copertina, ma devo ammettere che ci prese in pieno: è un romanzo pieno di passione! Con tre figure femminili estremamente forti: Maria, drammatica e dura, vedrà i suoi sogni spezzarsi e la sua vita seguire un lento e fatale declino. Elisabetta, arrogante, testarda e opportunista, saprà sfruttare a suo favore l’amore che la regina Maria nutre per lei, per arrivare al trono. A fare da collante, un’umile ma scaltra “signora-ragazzo”, Hannah, che rivestirà il ruolo di giullare di corte, chiaroveggente, pedina accidentale di una rete di cospirazioni.
La parte del romanzo storico è la mia preferita, i personaggi sono caratterizzati con sagacia e i dialoghi sono assolutamente in linea con l’epoca; ricordo di averlo letto tutto d’un fiato in quei pomeriggi di Marzo, seduta su una vecchia altalena del parchetto abbandonato dietro casa, nelle ore fresche del dopo pranzo, con il mio fedele mp3 in modalità shuffle* e il vento fra i capelli.

 

C’è anche, tanto, romanzo d’amore. Ma essendo ambientato nell’epoca elisabettiana lo trovo più leggibile, grazie anche ai costumi e alle usanze del momento, le dichiarazioni alla “Orgoglio e Pregiudizio”, così lontane dai corteggiamenti moderni.

“Mi aveva vista entrare come buffone a corte, essere devota alla regina e affascinata dalla regina Elisabetta. Aveva visto la mia infantile adorazione per il mio signore e notato i miei sforzi per diventare la donna che ero adesso. L’unica cosa che non aveva visto. L’unica cosa che non gli avevo mai permesso di intuire era la soluzione di questa battaglia interiore: Il momento in cui avrei detto “si sono una donna e amo quest’uomo” tutto ciò che era accaduto a Calais si dissolveva davanti a quell’unica realtà.[3]

Hannah, la protagonista, è l’uomo e Hannah è la donna. Hannah è il giullare ed il saggio. Hannah è l’amica e poi la traditrice. Può assumere tutte le maschere che vuole, ma rimane fondamentalmente una persona che capisce cosa vuole e una volta che l’ha capito lo persegue fino all’ultimo, ostinata, coraggiosa.
Per questo mi è così piaciuto il romanzo, perché anche se è romantico e forse un po’ favolistico nella parte meno legata alla Storia, ha una protagonista degna di essere letta e seguita nella sua avventura.
Anche il resto della saga dei Tutor è molto avvincente, ma questo è l’unico con un punto di vista così esterno alla Corte (e contemporaneamente così intimo), e forse è per questo che rimane il mio preferito della serie.

 

 

*


[1] Dal romanzo.
[2] Alla corte d’Inghilterra, teatro della rivalità tra Maria Stuarda ed Elisabetta I, giunge un insolito giullare: Hannah Green, giovane ragazza ebrea, sotto abiti maschili, in fuga dall’Inquisizione insieme al padre stampatore. Il suo dono della chiaroveggenza le varrà la fiducia e la protezione di lady Maria, ma anche ostilità e sospetto, per le scomode verità che è chiamata a rivelare. Promessa sposa a Daniel Carpenter ma innamorata dell’affascinante e traditore Robert Dudley, che la costringe a spiare la cattolicissima erede al trono, scoprirà una donna di fede che intende riportare il popolo alla sua religione. Ma l’astuta Elisabetta tesse la sua mortale ragnatela…
[3] Dal romanzo.

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