“Casa è dove si mangiano i cibi di casa”

49_ le tre minestre

“Benché zitelle, le tre erano donne dotate di una particolare apertura e attenzione nei confronti del mondo e dei suoi mutamenti”. Nella fantasia, le tre donne divengono titolari di veri e propri dicasteri: “Al mio sguardo di bambino … tre ministri, con compiti ben precisi, equamente ripartiti”.[1]

C’è sempre una zia zitella in famiglia, di solito. Se continuo di questo passo la prossima generazione potrei essere io a rappresentarne la categoria…
Anche se oggi si dice single.
La zia zitella, di consueto, può essere di due tipi: A) quella che spadella in cucina per tutti i nipoti, facendo le veci di una terza nonna, che non si sa mai a quale tavolata appartiene, che fa la maglia e si accolla (a) tutta la famiglia e che racconta sempre le solite quattro avventure di quando era giovane…. Oppure B) la vagabonda che sta sempre in giro per il mondo, torna solo alle feste comandate sempre con nuovi racconti e nuovi regali.
Ecco, io spero di essere almeno il tipo B.
Per un po’ io ne ho avuta una da ogni lato, materno e paterno, poi quando ormai tutti avevano perso le speranze, sia il prototipo A che B hanno trovato marito e hanno figliato….
Fino ad allora però, c’era la preoccupazione per che fine avrebbero potuto fare lasciate a loro stesse.
Fortunatamente le cose sono un po’ cambiate adesso, specialmente il tipo B è visto anche un po’ meglio… ma non è approvato. Non del tutto.
Non nelle famiglie del sud, e dopo aver letto il libro di Andrea Vitali, credo nemmeno in quelle del nord.

“Ma il brodo: “Al nèta fò!”.
Pulisce viscere e cervello dalle scorie accumulate visitando luoghi stranieri e per rientrare in sintonia con il mondo domestico è medicina insostituibile, quasi come la purga mensile.
Così proclamava il ministro degli Esteri, senza possibilità di contraddittorio.
Né da parte del sottoscritto, né da parte delle sue colleghe.”[2]

Nel romanzo autobiografico, di zie zitelle ce ne sono addirittura tre! Del prototipo A con qualche variante, poiché sono raccontate dall’innocenza degli occhi del nipotino, l’autore, che le vede un po’ come tre megere che lo costringono a ingurgitare minestre a profusione, un po’ come le salvatrici del Mondo intero, come tre ministri, con funzioni e compiti specifici e importantissimi.
Ecco il perché del titolo ambiguo, Le Tre minestre, che altro non è che il nome storpiato delle tre Ministre, addette all’amministrazione della famiglia.
Il racconto è zeppo di amabili episodi, tutti in qualche modo legati al cibo e alle ricette della tradizione. Non a caso la seconda parte del libro è composta da un vero e proprio ricettario per portare anche sulle nostre tavole i sapori della storia, quei piatti unici che saziano i palati di grandi e bambini, il cui odore indugia nelle narici di chiunque sino all’ultimo respiro.

“L’odore di aceto che aleggiava nell’aria faceva pensare all’emicrania poiché, in mancanza d’altro, una fascia intrisa e posta sulla fronte era il rimedio cui si ricorreva.”[3]

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Questo libro è consolatorio, come un brodino caldo ai primi freddi autunnali, come una copertina contro il raffreddore, come una pezza bagnata sulla fronte infuocata di febbre; riporta alla mente i pranzi dalla domenica nella quale tutti i parenti si riuniscono per mangiare con smania la pasta al forno, secondi piatti di conigli, polli e ripieni, delizie succulente che a scriverne solo il ricordo sto ingrassando. E allo stesso tempo parla degli stenti, della povertà, del mettere qualcosa a tavola con ciò che si può, come mi raccontava spesso nonno che aveva vissuto periodi di magra e quindi per lui lasciare qualcosa nel piatto era peccato mortale. Come mi racconta mio zio acquisito (uno dei salvatori delle probabili zitelle della vecchia generazione), di suo nonno che ha una dispensa piena zeppa di mollica di pane, perché non sia mai arrivasse di nuovo la guerra avrebbe di che sfamarsi e riempirsi. Questo racconto è senza alcun dubbio un atto d’amore, un tributo affettuoso che l’autore ha voluto restituire alla propria terra e alla propria famiglia.
Mi ha ricordato i racconti di mio padre e di mia madre sulla loro gioventù, i miei momenti nella cucina dei nonni.
È come se il cibo legasse indissolubilmente le varie generazioni, come se al di là dei gusti musicali, dei film in commercio, delle evoluzioni digitali, un buon pranzo, una minestra fatta bene, fosse ancora in grado di mettere tutti d’accordo.

Ecco, la sensazione che ho alla fine di questo romanzo autobiografico è questa, che mangiando un piatto della mia personale tradizione, possa essere vicina alla mia famiglia, nonostante le distanze, nonostante le avventure in giro per il mondo….
Che possa sempre sempre sempre, sentirmi a casa.


[1] Dal libro.
[2] Dal libro.
[3] Dal libro.

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