“Facciamo un gioco…”

*

 

 

51_la gemella sbagliata“Hai mai avuto paura di restare intrappolata nella vita di qualcun’altra?”

Letta questa frase, ero già praticamente conquistata. Ormai si sarà capito, leggo di tutto ma ho una predilezione per i thriller, specialmente quelli con una base psicologica.
La perdita di identità è un tema che mi piace particolarmente e credo sia per questo che seguo con tanto entusiasmo la serie tv Orphan Black. E per lo stesso motivo non sono riuscita a staccarmi dalla lettura di “La gemella sbagliata”, l’esordio letterario dell’inglese Ann Morgan.
Due gemelle e un gioco semplice quanto pericoloso: scambiarsi per un po’ e vedere se qualcuno ci fa caso.
Credo che qualsiasi coppia omozigote l’abbia fatto almeno una volta, magari per evitare un’interrogazione, per mettere alla prova gli amici, o semplicemente per scherzo.

Un gioco.
Niente di più.

Ma che succede se una delle due non vuole più tornare indietro? Se lo scambio diventa permanente? E se è talmente profondo da farti dubitare che ci sia davvero stato?

 

«Come due gocce d’acqua, come due gocce d’acqua – “Dai Ellie” dico “facciamo un gioco»[1]

 

Questo succede alla protagonista di questo thriller pazzesco, che mi sono portata in spiaggia in queste prime giornate estive e che ho finito in pochissimi giorni. Si ritrova intrappolata nella vita della gemella. Ma lo è davvero? Se l’è solo immaginato? Chi è davvero lei?

E qui subentra il secondo tema che amo esplorare: la malattia mentale, che però non viene mai esplicitata durante il romanzo, viene solo vagamente lasciato intendere che in tutta la famiglia Sallis ci sia una tara.

 

«Per favore Ellie tu sei l’unica che può rimettere tutto a posto»[2]

 

Ho amato la narrazione a specchio, un capitolo nel passato in prima persona e uno nel presente in terza, quasi a indicare la perdita dell’identità nel corso del tempo. Le descrizioni dei pensieri dei protagonisti sono minuziose, anche nei capitoli in cui il narratore è una terza persona esterna, permettendo così al lettore di capire a fondo tutti i personaggi e comprendere ogni loro azione. Helen è sicura di aver perso il gioco, e non si arrende, combatte per riprendersi ciò che è suo di diritto. Ma quando Ellie si rivela più forte sprofonda in un abisso senza ritorno, allucinazioni, paranoie, depressione, alcool.

È un libro forte, di grande impatto, che pur con pochissimi personaggi riesce a costruire un intero villaggio narrativo. Che scava nelle nostre paure più profonde, dalla perdita della nostra sicurezza, della nostra individualità, al non essere creduti, derisi, scansati. Umiliati.

L’isolamento è quello che percepisco di più da questo libro. Ed è stato bello leggerlo al mare, circondata dal sole, dalle onde, dalla gente felice, e percepire comunque il senso di angoscia e solitudine di Ellie/Smudge… Con la voce tormentata di Sia* come colonna sonora…

Vi siete mai sentiti così?

Io sì. Io so cosa vuol dire sentirsi completamente soli anche in mezzo a una folla. E credo che la Morgan lo descriva con grande maestria.

 

«A volte ti viene da piangere: quando sei incolonnata nella fila della mensa o durante i viaggi in autobus, o in edicola. Non nascondi le lacrime, le esibisci con rabbia, fissando le persone quasi a sfidarle a chiederti cos’hai che non va. Funziona. Nessuno te lo chiede.»[3]

 

 

Può un gioco diventare così pericoloso? Poteva reagire in modo diverso? Cosa farei io se qualcuno si prendesse la mia identità? E se per di più la vivesse meglio di quanto stia facendo io…
E se nessuno mi credesse, nemmeno le persone più vicine.

Sono stata insieme alle gemelle Sallis una sola settimana ma credo mi rimarranno dentro per sempre perché viviamo in un mondo in cui perdersi è fin troppo facile.

 

 

 

 

 

 

 

 


[1] Dal romanzo.
[2] Dal romanzo.
[3] Dal romanzo.

 


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