I Classici: “Frankenstein, o il moderno Prometeo”

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Tralie Graphic

“La sua pelle gialla a malapena copriva la trama dei muscoli e delle arterie, i suoi capelli erano fluenti e di un nero lucente, i denti di un bianco perlaceo, ma questi pregi facevano solo un più orrido contrasto con gli occhi acquosi che sembravano quasi dello stesso colore delle orbite biancastre…”[1]

 

 L’eruzione del vulcano Monte Tambora in Indonesia, nell’Aprile del 1815, in cui morirono decine di migliaia di persone, provocò l’emissione di enormi quantità di cenere. Secondo i climatologi, quell’eruzione potrebbe anche avere giocato un ruolo nel rendere particolarmente fredda e piovosa l’estate del 1816 in tutto l’emisfero settentrionale. Fu in quell’anno definito “senza estate” che, durante una vacanza in Svizzera, Mary Wollstonecraft in compagnia dei suoi amici scrittori e poeti, lord Byron e Shelley (che poi divenne marito di Mary) ebbe (da un sogno, come racconta) l’ispirazione per Frankenstein[2].

 

 

 

Mary Shelley scrisse questa straordinaria opera gotica, a soli 19 anni, ma non tutti sanno che la giovane donna continuò a scrivere anche dopo la morte del marito; purtroppo però nessuno dei suoi altri romanzi (tra cui L’ultimo uomo, un altro romanzo fantascientifico in cui solo una persona su tutta la Terra è sopravvissuta a un’epidemia di peste) divenne famoso quanto il primo e sono pressoché introvabili; e che la critica lo bocciò completamente, ed è soltanto grazie al grande successo che ebbe fra i lettori dell’epoca che è giunto fino a noi!

 

“L’invenzione non è una creazione dal nulla, bensì dal caos.” [3]

 

Tantissimi di voi sapranno la trama grazie alle numerosissime versioni cinematografiche (il primo arrangiamento cinematografico di Frankenstein è stato un cortometraggio del 1910, prodotto dagli Edison Studios a New York, e da allora si può dire che non si sono mai fermate, dal famosissimo “Frankenstein junior”, fino alla più recente interpretazione in “Penny Dreadful”), ma la particolarità del romanzo non può essere traslata. Il punto di vista della storia, infatti, non è né quello del dottore, né quello del Mostro, bensì del capitano Robert Walton, che scrive delle lettere sulla sua missione al Polo Nord e che riporta pagine del diario dello scienziato (pazzo) Victor Frankenstein[4].

 

 

Frankenstein è infatti il nome del creatore non della creatura, anche se spesso ci si confonde! Per tutto il romanzo il mostro, viene chiamato appunto Mostro, Creatura, Cosa. Ed è questa impersonalità a scatenare la rabbia del povero protagonista, che si sente rifiutato dal Mondo e dal suo stesso creatore, tanto da commettere un terribile omicidio! Nell’atmosfera gotica che impregna buona parte del libro, si affrontano l’aspirazione di Victor di dare origine un essere compiuto e il sogno di quest’ultimo di essere individuato come un essere umano a dispetto del proprio aspetto deforme e mostruoso. Speculari sono le scene in cui inventore e mostro si invertono i ruoli: nella prima Victor, atterrito da ciò che sta realizzando, si libera della donna che sta creando per la sua “creatura” mentre quest’ultima lo spia dalla finestra; nella seconda, il mostro uccide Elizabeth mentre il protagonista osserva inerme attraverso i vetri.

 

Avendolo letto come compito per la scuola, la prima volta devo ammettere di non essere rimasta così impressionata, troppo attenta a trarne un riassunto convincente per prendere un bel voto.
Ma quando, anni e anni dopo, grazie proprio a una trasposizione cinematografica, mi è tornata la curiosità e l’ho riletto. È stato allora che ne ho capito l’importanza sociale, quanto sia attuale nonostante i 199 anni trascorsi. Il nostro bisogno di sconfiggere la morte è potenzialmente più letale della morte stessa.
La scienza sta facendo passi da gigante, e gliene sono grata, ma quante volte ho sentito notizie che mi hanno fatto accapponare la pelle? Troppe. Un conto è cercare di migliorare la qualità della vita, allungarla, sconfiggere le malattie, un altro è sostituirsi alle divinità e vivere ad ogni costo.
Il Mostro è vivo, eppure non vive, non può, bloccato in una dimensione d’ombra, sconfitto da sentimenti che non può lasciare trasparire.

Credo vada letto più che visto, per questa potenza del messaggio che per ragioni tecniche viene sempre meno nelle versioni mediate.

Come ogni romanzo epistolare non è semplice, ma una volta entrati nella storia, uscirne sarà impossibile.
Frankenstein e la sua Creatura sono entrambi dentro ognuno di noi, per questo motivo questo romanzo resterà immortale.

 

“Dopo giorni e notti di un lavoro e di una fatica incredibili, riuscii a scoprire la causa della generazione e della vita; anzi, di più ancora, divenni io stesso capace di dare animazione alla materia morta.” [5]

 

 

 

 

 


[1] Dal romanzo.
[2] Fonte: La rivista Focus.
[3] Dal romanzo.
[4] Curiosità: Il castello Frankenstein esiste veramente e si trova vicino a Darmstadt, in Germania. Il nome “Frankenstein” significa letteralmente la Pietra dei Frank. È lì che l’alchimista Johann Dippel, nel Seicento, si divertiva nel tentativo di far tornare in vita i cadaveri.
[5] Dal romanzo.

 

 

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