“Chi ha paura del buio?”

Era difficile trovare l’appartamento adatto, perciò uccisero la vecchia signora. L’uomo chiamato Sport bussò alla porta. Aveva indosso una tuta verde, così l’avrebbero preso per un idraulico. Maxwell stava da parte, in modo che la vecchia signora non potesse vederlo dallo spioncino. Anche Maxwell era in tuta verde, ma non rassomigliava affatto a un idraulico. Nessuno avrebbe mai aperto la porta a Maxwell.[1]

Non mi fa paura la solitudine.
Non mi fa paura il buio.
Però devo smetterla di leggere thriller dopo il tramonto, quando sono sola in casa! Perché va bene l’atmosfera, la suggestione e il pathos, ma rischiare l’infarto perché la vicina di casa ha sbattuto la finestra un po’ più forte del solito, o scattare con la racchetta da tennis in mano ad ogni scricchiolio di un mobile un po’ più vecchiotto non giova alla mia salute, né quella fisica né quella mentale.

Che poi sta racchetta da dove sbuca che in casa mia nessuno ha mai giocato a tennis? Bah.

Nathan Conrad è un medico psichiatra che cura i malati gravi e i casi disperati. Un giorno riceve una telefonata: “Buongiorno, dottor Conrad. Ascoltami. Non dire una parola. Ho tua figlia”.

L’incubo di ogni genitore, ma pure da figlia non è che mi senta più a mio agio, perché mi immedesimo prima di tutto nella bambina rapita (anche se all’epoca io di anni ne avevo già 17 e non potevo dirmi proprio una bimba) e poi nella povera crista che è ricoverata nell’ospedale psichiatrico e che pare essere la risoluzione del mistero.

A metà libro mi rendo sfortunatamente conto di aver visto il film omonimo: Non dire una parola[2]. Nonostante questo, salto come una cretina ad ogni scena più movimentata, ad ogni richiesta scioccante e ad ogni colpo di scena, perché come sempre (o quasi) la scrittura riesce a darmi un brivido felino che la tv si può solo immaginare.

Regola numero uno: non sei tu che fai le richieste, tu ascolti quello che dico io. Regola numero due: non provare a chiamare o a mandare segnali a nessuno, se lo fai… uccido tua figlia. Non perché io lo voglia fare, perché queste sono le regole. Regola numero tre: hai tempo fino alle diciassette di oggi.[3]

In un mondo in cui l’immagine la fa da padrona, posso vantarmi di essere una delle poche persone a preferire il non visto, l’immaginazione. E anche se nella seconda parte inevitabilmente vedo i volti scelti[4] da Gery Fleder anziché quelli descritti da Andrew Klavan, la struttura narrativa è così complicatamente interessante che non riesco a distaccarmene. E anche se vorrei aspettare il rientro dei miei o alzarmi e accendere tutte le luci di casa, me ne sto incollata fino all’ultima pagina senza soste.

Non è esattamente uscito ieri il libro, ma sono sicura che potreste ancora trovarlo in libreria o ordinarlo, e ne vale la pena, possibilmente prima di vedere il film così non vi rovinate il colpo di scena finale! Preparatevi un buon bicchiere di vino rosso, trovate una posizione comoda sul divano, scaldate la stanza e lasciate solo le luci necessarie alla lettura. Assicuratevi di essere soli, e mi raccomando… Non dite una parola!

 

 


57_ non dire una parola
[1] Dal romanzo.
[2] Il titolo di questo thriller ha in realtà una doppia valenza: «Zitta, piccina, non dire una parola, corri veloce sotto le lenzuola e il sonno lemme lemme arriverà» è la filastrocca che il protagonista, lo psichiatra Nathan Conrad, intona la sera per sua figlia, la piccola Jessica. Ma il silenzio è anche quello in cui si rinserra una delle pazienti di Conrad, Elizabeth Burrows, diciotto anni. Elizabeth, secondo la descrizione di un altro psichiatra, «è entrata e uscita dalle case di cura fin da quando aveva dieci anni. Dentro e fuori, è stata coinvolta in episodi di violenza. La polizia l’ha arrestata due volte per aggressione e percosse».
La ragazza accusa delle violenze, spesso omicide, un’altra entità, l’Amico Segreto «Non una seconda personalità, piuttosto una voce, un’allucinazione audio-compulsiva che le ordina di fare certe cose, ma che ha anche una qualche specie di componente visiva. Qualunque cosa sia, è certo che la mette in grande agitazione. Diventa selvaggia e ha una forza incredibile. È decisamente capace di azioni violente e brutali».
[3] Dal film.
[4] Michael Douglas, la purtroppo defunta Brittany Murphy  e l’incredibile Sean Bean.

 

 

 

 

 

 


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