I Classici “Il Signore degli Anelli”

 

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Mano sul cuore. Come quando sento l’inno nazionale. È così che reagisco istintivamente quando mi parlano del Signore degli Anelli.

Mi basta sentirla nominare ed ecco che sono lì, nella Terra di Mezzo. Non (solo) quella di Peter Jackson, ma quella “vera”, quel luogo interamente formato dall’immaginazione, pieno di miti, eroi ed epica. Un luogo al quale tornare ogni tanto per evadere da un mondo meccanizzato e vivere avventure straordinarie, anche quando ci si sente piccoli, come degli Hobbit.

Come molti fan della mia età, la mia prima visita alla Terra di Mezzo è stata a distanza, attraverso la lente del cinema, o ad essere precisi di uno dei primissimi schermi giganti a cristalli liquidi messi sul mercato.

 

 

Era il 2001, avevo dieci anni e mi annoiavo a morte in un negozio di elettronica, al seguito dei miei genitori; mentre girovagavo tra i nuovissimi lettori dvd, che si apprestavano a soppiantare il VHS, ecco che sentii da una stanza vicina un gran baccano. Si trattava di una stanza dimostrativa del Dolby Digital, all’epoca quasi stregoneria, che utilizzava come campione per mostrare la nitidezza delle immagino e del suono, i primi dieci minuti de “La Compagnia dell’Anello”.

Ricordo precisamente di essere rimasto imbambolato di fronte alla figura imponente di Sauron, che falciava le schiere di elfi e umani che lottavano eroicamente, mentre la voce di Dama Galadriel mi raccontava per filo e per segno cosa stava accadendo.

Ebbi il tempo di vedere Isildur tagliare di netto il dito di Sauron e privarlo del suo anello, poi la voce di mia madre mi annunciò che era ora di andare a casa, ma io sapevo che non sarebbe finita così. Volevo vedere come proseguiva quella storia, perché mi erano bastati pochi minuti per capire che quello strano mondo, pieno di magia e di duelli cappa e spada, in qualche modo mi richiamava.

E in effetti vidi come proseguiva, ancora e ancora e ancora, ma per quanto i tre film del Signore degli Anelli fossero ben fatti e sorprendentemente realistici per i tempi, non visitai mai davvero la Terra di Mezzo prima di leggere i libri.

Può sembrare un’affermazione banale, d’altronde i libri sono sempre migliori dei film, salvo qualche rara eccezione, ma in questo caso è dettata da una sfumatura diversa. I film mostrano la Terra di Mezzo, i libri ti portano nella Terra di Mezzo.

Come? Per capirlo l’ideale è scorrere le prime righe della Compagnia dell’Anello, il primo libro, tra tutti il più distante dalla sua controparte hollywoodiana.

La Compagnia dell’Anello, nella sua incarnazione cartacea, comincia con il tono e lo stile della fiaba, in perfetta continuità con lo Hobbit, il minuscolo libricino per bambini che diede inizio a tutto e che introdusse la razza dei veri eroi del mondo Tolkieniano, i Mezzuomini.

È attraverso i loro occhi che vediamo il mondo, lo conosciamo come lo conoscono Frodo e Sam, a tinte pastello, per lo più limitato alle verdi e collinari terre della Contea. Il resto della Terra di Mezzo, con i suoi Elfi, gli Uomini, i Nani e gli esseri oscuri con cui questi combattono, sono niente più che racconti. Nel caso di Frodo, i racconti dello zio Bilbo, gioviale centenario ancora pronto agli scherzi e alle avventure, che conserva gelosamente un anello magico apparentemente innocuo.

Perfino Gandalf, il grigio stregone delle Terre del Nord, è conosciuto come un avventuriero, un bizzarro figuro pronto a portare guai alla tranquilla (e un po’ borghese) gente della Contea.

Questo tono Hobbittiano varia solo leggermente quando Frodo scopre la vera origine dell’Anello di suo zio, principalmente poiché lui e il suo fedele servitore Sam (che potremmo definire il vero eroe della saga), non lasciano subito la Contea, ma rimangono per un lungo periodo ospiti di Merry e Pipino, amici fedeli di Frodo, dotati nei libri di un’astuzia di cui i film purtroppo non hanno riferito alcun accenno, e compagni di sventura del portatore dell’Anello per loro precisa scelta.

Il vero cambiamento avviene in un campitolo titolato “Nebbia su Tumulilande”. Si tratta di un momento in cui gli Hobbit, dopo il loro più che fiabesco soggiorno presso Tom Bombadil, misteriosa figura magica legata alla Vecchia Foresta, affrontano per la prima volta le Terre Selvagge e comprendono che il mondo è diverso da come appariva nella Contea.
In questo episodio, colpevolmente ignorato da Peter Jackson, gli eroi vengono assaliti dagli spiriti di antichi guerrieri che intendono intrappolarli nei loro tumuli. Il tono non è più quello della fiaba, siamo già nel gotico e, cosa sorprendente, il cambio di stile nella scrittura risulta perfettamente naturale.

Nelle tappe successive con l’introduzione di Grampasso (Aragorn) e l’arrivo a Gran Burrone si arriva finalmente all’atmosfera epica e piena di tensione che caratterizza la saga; gli inseguimenti nelle miniere di Moria, il tradimento di Saruman, le speranze e le illusioni degli uomini, il dramma degli Elfi, ormai delusi dalla Terra di Mezzo e pronti a fuggire per sempre nelle Terre Immortali, tutti questi elementi si intrecciano perfettamente dandoci finalmente un quadro completo del mondo creato da J.R.R. Tolkien.

Questa transizione dalla piccola fiabesca Contea all’epico scontro per il destino dell’intera Arda (questo il nome del mondo di Tolkien noto solo ai “veri credenti”) ci risulta del tutto naturale, perché avviene attraverso gli occhi dei protagonisti della storia. E noi lettori, pronti a vivere questo mutamento dentro di noi, diveniamo compagni di viaggio di Frodo, Sam, Merry, Pipino, Gandalf, Aragorn, Gimli, Legolas e Boromir (altro personaggio cui non viene resa giustizia sul grande schermo).

 

 


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