C’è un bellissimo monologo nel film “L’amore non va in vacanza”, affidato non a caso al mio personaggio preferito (l’unico che non ha niente a che vedere con la storia d’amore), nel quale viene chiesto a una melanconica Kate Winslet come mai continua a comportarsi da amica, da spalla, da comparsa, quando è chiaro che avrebbe tutta la stoffa necessaria ad essere una protagonista.

È una bella domanda, non trovate?

Capita a tutti di essere la comparsa della vita di qualcuno, ma cosa succede quando si comincia ad essere comparsa anche nella propria?
Come ce ne si può accorgere? E come si spezza il circolo?

 

L’uomo che sta cambiando stazione radio ogni trenta secondi pigiando sempre con più irrequietezza, lo fa perché sa cosa vuole e non si fermerà finché non la ottiene? O semplicemente è un tic nervoso, del tutto involontario? Sarà un uomo che si rende protagonista della sua vita o la lascia scorrere davanti ai suoi occhi come quelle stazioni radio?

E la ragazza che si ripassa il rossetto nella macchina dietro, starà andando a un colloquio o ad un appuntamento? Starà inseguendo un suo sogno con tutte le sue forze o segue la massa e si accontenta di ciò che l’etichetta sociale ha designato come “normale”.

Sarà che sono ferma nel traffico da due ore per fare un tratto di strada che normalmente farei in dieci minuti, che a Roma appena fanno due gocce si scatena il panico, un allarmismo dilagante che negli USA si stanno lamentando di meno per i tre uragani. E purtroppo, non a torto.

Ma non riesco a non pensare a quante persone ci passano vorticosamente accanto ogni giorno. Quante di loro saranno davvero consapevoli di ogni decisione? E quanti si sono autocondannati a una vita da comparsa?

oPer carità, non è che per essere protagonista bisogna davvero ottenere tutto. Sarebbero in pochissimi. Quello che fa di un ruolo il principale è che la storia gira attorno a quel personaggio. Non la Storia. Non tutto. Quelli sono gli egocentrici, che diocenescampieliberi!
No, la propria storia. Bisogna che il personaggio ci provi almeno. Che capisca la differenza fra compromesso e resa. Fra sacrificio e martirio. Che se non è possibile avere ciò che si desidera, si mantenga comunque uno spazietto per sé, un angolo intoccabile della propria esistenza in cui essere se stessi a trecentosessanta gradi.

Io sono sempre stata una ragazza dal carattere piuttosto forte e anche se per un periodo mi sono sentita molto meno di una comparsa, più un portacaffè sottopagato di cui sbagliano sempre il nome, normalmente penso di essermi comportata da protagonista.
Insomma, ho inseguito i miei obiettivi con caparbietà e anche quando ogni fibra del mio corpo reclamava pietà sono andata avanti fino ad ottenerlo. E quando non ci sono riuscita nonostante il mio impegno, ho potuto consolarmi dell’averle tentate tutte. E se mi sono fermata di fronte ad un ostacolo è stato per cercare di aggirarlo anziché saltarlo a piè pari. Ma mai per troppo tempo.

Ho preso decisioni invece di subirle.

Questo mi ha procurato non poche rogne, ma ogni volta che riascolto quel monologo penso che ne sia valsa la pena.