“Ma chi me l’ha fatto fa?” – Cap. III «L’ARRUOLAMENTO»

Alla domanda: «come mai hai deciso di fare il poliziotto», ho sempre risposto in modo evasivo. Non che me ne vergognassi, anzi. Il fatto è che non potevo neanche dire che quella scelta professionale fosse stata frutto di una profonda analisi delle mie attitudini. Che alla fine aveva prevalso in me il senso dello Stato e bla bla bla. Onestamente non è andata così.

“Ma chi me l’ha fatto fa?” – Cap. I «LA LEVA»

“Ma chi me l’ha fatto fa?” – Cap. II «L’ADDESTRAMENTO»

 

 

Capitolo III: L’arruolamento

 

Non si sa come ma ero riuscito a sopravvivere ai primi quattro mesi di addestramento.
Finalmente erano arrivate le nuove reclute e a noi “nonni” avevano concesso una licenza per tornare a casa in occasione delle festività di Pasqua.
Nonostante un forte raffreddore, mi sentivo gasato e pronto a riabbracciare famiglia e amici. Non vedevo l’ora di partire e mi sorpresi a canticchiare mentre mi guardavo allo specchio estremamente soddisfatto di quello che vedevo: un bel ragazzo nel fiore degli anni con il viso incorniciato da una leggera barba e con dei bellissimi capelli luminosi.
Con rinnovata fiducia nel destino mi presentai all’adunata nella piazza d’armi per ritirare la licenza e i biglietti del treno, accompagnato dai miei fidi scudieri. Il Sottufficiale addetto, munito di una copia dell’elenco dei fortunati, distribuiva i preziosi documenti privilegiando chi risiedeva più lontano.
Infatti i primi del mio gruppo ad essere chiamati furono Franco e Ciccio che dovevano raggiungere la Sicilia, poi sarebbe toccato a Riporto, a me e infine a Balù.
Col passare delle ore i ranghi iniziarono a sfoltirsi; eravamo rimasti ormai in pochi quando cominciai a sospettare che qualcosa non quadrava. I miei corregionali erano già partiti da più di un’ora quando mi salutò anche Balù che era di Roma. A quel punto ebbi l’assoluta certezza che qualcosa fosse andato storto.


Fremevo, avrei voluto chiedere subito qualche spiegazione ma non potevo interrompere le partenze, mi avrebbero linciato, così attesi pazientemente fino a quando nel piazzale rimanemmo soli.
Solo allora mi fu comunicato che la licenza mi era stata revocata perché dovevo presentarmi immediatamente a Trieste, caserma “Duca d’Aosta”, per l’arruolamento in Polizia. Con le mani che tremavano controllai l’incartamento che mi era stato consegnato. Non c’era alcun errore, tra gli altri documenti intravidi anche una copia della domanda di arruolamento a mia firma. Porca miseria, me ne ero completamente dimenticato. Tra l’altro ero convinto che una volta arruolato nell’esercito le altre domande sarebbero decadute automaticamente.
Quindi dovrò fare la trottola da un corpo di polizia all’altro per tutta la vita? Chiesi avvilito all’incolpevole Sergente. Ubi maior… fu la sua laconica risposta[1].

Ma non volevo assolutamente arrendermi agli eventi così tentai la carta del malessere, d’altronde ero realmente molto raffreddato e tossivo ininterrottamente. Il dottore purtroppo mi liquidò velocemente consegnandomi una scatola di pasticche da prendere ogni tre ore e mi augurò buon viaggio.
Col cuore a pezzi andai alla stazione insieme ad altri commilitoni. Sulla banchina direzione sud una folla di soldati felici e chiassosi, dalla parte opposta un puntino verde: io, solo e sconfortato.
Sul treno non riuscii a chiudere occhio e continuai a ingoiare compresse a stomaco vuoto così quando arrivai a Trieste ero completamente stordito.
Nel cortile della caserma incontrai una folla di ragazzi seduti sulle loro valigie in attesa di essere convocati. Avevano lo stesso sguardo smarrito che avevo io pochi mesi prima. Mi unii a loro cercando di ripararmi dal vento che si era alzato improvviso con raffiche forti e violente. Ero stanco, affamato, infreddolito e mi bruciava la gola. La tosse non mi dava tregua e avevo finito le medicine così decisi di farmi accompagnare in infermeria prima che mi venisse una bronchite. L’infermiere, che ad occhio e croce doveva avere la mia stessa età, mi versò in un bicchiere di carta l’intero contenuto di un flacone di sciroppo e mi invitò a berlo a piccoli sorsi. Così tornai nel piazzale sorseggiando quella melassa dolciastra che se non altro mi placò un pochino la fame.
Appena cominciai a sentirmi meglio, ancorché afono e con i riflessi rallentati, fui convocato per le visite mediche alle quali mi sottoposi in una sorta di trance e con una sensazione di immotivata euforia dovuta sicuramente agli effetti dei numerosi farmaci ingurgitati.

Al termine dei controlli fummo suddivisi in due gruppi: il primo doveva ritirare il materiale in magazzino (coperte, lenzuola, divise ecc.) e il secondo, di cui facevo parte, doveva passare dal barbiere. In effetti guardandomi attorno considerai che quasi tutti i miei compagni di sventura esibivano una folta capigliatura che imponeva, se non altro, una “leggera accorciatina”.
Per fortuna io non ne avevo bisogno, avevo già dato e comunque non mi sarei mai più sottoposto a quella barbarie a costo di farmi cacciare. E con questo sentimento mi accodai agli altri moderatamente tranquillo nonostante il senso di deja-vu che quella scena mi evocava.

A quest’ora sarei dovuto essere a casa con la mia famiglia e i miei amici e invece mi trovo di nuovo in un posto freddo e sconosciuto e tutto questo solo per colpa mia. Ero assorto in questi mesti pensieri quando mi trovai faccia a faccia con un omone in camice che mi invitava ad entrare. Sorrisi e gli feci segno di passare oltre visto che io non avevo bisogno dei suoi servizi. Lui ricambiò il sorriso e contemporaneamente fece un cenno al nostro accompagnatore che mi prese per un braccio e mi spinse sulla poltrona.

Dopo un inutile tentativo di fuga vanificato dai miei movimenti appannati e dalla prestanza del barbiere mi arresi all’ineluttabile destino. Come al rallentatore vidi i miei neonati capelli cadere su quel pavimento freddo assieme ad altri capelli sconosciuti. Anche la barba sparì sotto i colpi impietosi del rasoio.
Di nuovo? Sta accadendo di nuovo? Pensai, mentre sentivo il viso andare a fuoco per la rabbia e per la febbre che nel frattempo era salita parecchio.
L’ultima cosa che ricordo di quella giornata e che mi riaccompagnarono in infermeria e poi… buio completo.

 

Mi svegliai la mattina successiva sperando di aver sognato tutto ma dentro di me sapevo che non era così. E infatti, un ragazzino con il camice si affacciò sulla porta della stanza per avvisarmi che entro le 9 dovevo essere in aula per sottopormi alle prove attitudinali, per cui dovevo sbrigarmi. Ancora confuso andai al bagno per sciacquarmi il viso rimuginando su come fosse cambiata la mia vita in così poco tempo. Ciao piccolino, come ti chiami? E dove sono i tuoi genitori? Chiesi al bambino malinconico che mi osservava dallo specchio. Di colpo tutta la triste realtà mi travolse, voglio morire, pensai prima di scivolare a terra con la testa (pelata) tra le mani.
Mi presentai alle prove ancora febbricitante. Dopo aver compilato tutte le schede e risposto a tutti i quesiti, ostentando un palese disinteresse mi recai al banco della Commissione dove il Presidente mi porse la domanda di rito: ci spiega il motivo che l’ha portata ad intraprendere la carriera in polizia?

12

 

Hem, veramente non avevo mai pensato di fare il poliziotto; in realtà non volevo fare neanche il soldato, figuriamoci!
È stato tutto un equivoco uno scherzo del destino infame che mi si è rivoltato contro e mi ha stravolto la vita. Volevo solo fare il fenomeno davanti alle ragazze e invece eccomi qua, in quest’incubo dal quale non riesco ad uscire. Però ormai non ho scelta, per colpa vostra resterò qui. Devo restare perché non ho il coraggio di presentarmi alla mia famiglia e neanche ai miei commilitoni così conciato senza barba e soprattutto senza i miei amatissimi capelli.

Questo è quello che avrei voluto dire.
Invece, dopo un sospiro rassegnato sussurrai:

è stata una scelta professionale ponderata… frutto di una profonda analisi delle mie attitudini a servire gli altri… dopo una attenta riflessione ha prevalso in me il senso dello Stato…

 

 

Aiutatemi!

 

 

Fine

 

 


[1] Presentarsi era obbligatorio; solo al termine delle visite e dei test si poteva eventualmente rinunciare.

 

 


11 risposte a "“Ma chi me l’ha fatto fa?” – Cap. III «L’ARRUOLAMENTO»"

  1. Adorooooo!!!!
    La risposta finale parac… ops! diplomatica mi ha fatto ridere fino alle lacrime!!
    Per favore, per favore, per favore!! Non ci faccia attendere altri interminabili mesi per il quarto capitolo!!

    Piace a 1 persona

  2. Grande!….come ormai ci hai abituati.
    Fai vivere a noi lettori quei momenti come se fossero nostri. Bravissimo.
    Al prossimo episodio! Dacci dentro Mik

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  3. E pensare che ad oggi la tua vita sembrava essere scorsa su un binario tranquillo altro che su e giu da un treno.
    Aspetto la prox puntata… come tutti

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  4. Esilarante come sempre. Immagino il tuo sguardo serio ma sempre ironico, la voce pacata mentre racconti questo ulteriore capitolo della tua vita e…muoio!!!😀Aspetto il prossimo non tardare troppo 🙂

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