I Classici: “L’Odissea”

«Ahimè, sempre gli uomini accusano gli dei: dicono che da noi provengono le sventure, mentre è per i loro errori che patiscono e soffrono oltre misura.»[1]

 

Quanto è vero, caro Zeus, quante volte delle disgrazie diamo colpa alle divinità. Però devo dire che con Ulisse ti sei proprio accanito e non puoi negarlo! La sua incontentabile sete di conoscenza, l’astuzia e il coraggio, uniti all’amore per la terra natia, mi hanno sempre fatto tifare per il nostro Eroe omerico. La propensione al tradimento, l’atteggiamento da so-tutto-io, invece mi portavano a sperare che lo fulminassi una volta per tutte.
Ma ai tempi dell’Odissea ancora non si usava far morire il personaggio principale e quindi isola dopo isola, peripezia dopo peripezia, il nostro eroe viaggiatore affronta quello che agli studenti sembra un percorso interminabile[2] e che per me è stato uno dei primi amori.

Avevo nove anni la prima volta che ho letto l’Odissea. Una versione molto epurata, ovviamente, molto illustrata e molto più corta. Però già allora io e Odisseo ci imbarcammo insieme sulla nave verso Itaca, e incontrammo sirene e maghe, e ciclopi e re, in un’avventura che mi faceva volare con la fantasia.

«Hermes – tu che sei il messaggero – alla ninfa dai bei capelli va ad annunciare la decisione immutabile, che l’intrepido Odisseo deve tornare. Tornerà senza avere compagni né dei né uomini: sopra una zattera di tronchi legati, dopo molto patire giungerà, nel ventesimo giorno, alla fertile Scheria, terra dei Feaci di stirpe divina, che come un dio lo onoreranno nel cuore e con una nave lo manderanno all’amata terra dei padri.»[3]

 

Ogni volta che si citava qualche dio dell’Olimpo[4] per me era gioia e giubilo, ero completamente affascinata dal mondo degli dei greci, con i loro poteri, le loro predilezioni, i loro screzi, i favori, i dispetti.

Spesso nel bel mezzo della lettura mi allontanavo per seguire Apollo nei suoi viaggi o Atena nelle sue battaglie, che inventavo di volta in volta e nelle quali coinvolgevo anche mio fratello di appena tre anni.
Un plaid era il nostro mantello, una matita diventava una spada o un flauto magico contro le tempeste di Poseidone.

Poi tornavo al libro e mi rileggevo i pezzi che più mi piacevano. Un po’ pensavo che se fossi stata Penelope mi sarei risposata con uno dei Proci e ciaone a Ulisse, ma solo perché sapevo che lui se la stava spassando con Nausicaa e le altre. Però poi mi dispiaceva per lui che stava tentando disperatamente di tornare da lei, nonostante avrebbe potuto desistere e restare in uno dei Regni attraversati.

Mi sono sempre immaginata Itaca come un piccolo paradiso, senza sapere che era molto più vicina di quanto credessi[5], mi sono immedesimata spesso nelle scelte di Ulisse e compagni, soprattutto in quelle sbagliate mosse dalla curiosità!

 

«Così dicevano, e il cattivo consiglio dei compagni prevalse. Aprirono l’otre, tutti i venti ne uscirono, e il turbine li afferrò all’improvviso e li riportò al largo, piangenti, lontani dalla patria terra. Mi risvegliai, incerto nel cuore se gettarmi giù dalla nave e morire nel mare o sopportare in silenzio e restare ancora fra i vivi. Sopportai e rimasi: avvolto nel mantello, giacqui sulla mia nave. »[6]

 

Devo molto ad Omero e al suo eroe, e alla fine sono contenta che Zeus non l’ha fulminato. Senza di lui non avrei vissuto avventure magiche, non avrei convinto mio fratello a inventarci altre isole, altri personaggi, altri dei.

Rileggendolo da adulta, nella versione senza illustrazioni e senza omissioni, mi sono resa conto di quanto ancora mi spingesse a vivere, a viaggiare, a conoscere.

Ulisse è una figura tormentata, sempre in lotta tra il desiderio di nuove peripezie e gli affetti, e sa che non potrebbe vivere altrimenti. Si rende conto delle sue debolezze ed egoismi, che fanno parte della sua individualità, li combatte ma ripiomba nella sua umanità. Una personalità molto moderna le cui avventure meritano una rilettura ad ogni età.

 

 

«O figlio di Laerte, divino scaltrissimo Ulisse,
frénati, e della guerra pon fine alla rissa funesta,
ché Giove, onniveggente di Crono figliuol, non s’adiri».
Disse Atena. Ubbidí col gaudio nell’anima Ulisse.
E quindi strinse accordi giurati fra entrambe le parti
Pallade Atena, la figlia di Giove che l’egida scuote,
che avea la voce assunta di Mèntore, e tutto l’aspetto.[7]

 

 


D'ArcyCarden_RR_020[1] Dall’odissea.
[2] 24 libri in esametri, raccolti in tre grandi nuclei tematici:
la Telemachia (libri I-IV): i primi quattro canti dell’Odissea sono dedicati al figlio di Ulisse, Telemaco.
I viaggi di Odisseo (libri V -XII): narrano il naufragio di Ulisse a seguito della furia di Poseidone presso i Feaci, nell’isola di Scheria, e la sua permanenza sull’isola. Segue la narrazione di alcune sue imprese.
Il ritorno e la vendetta di Odisseo (libri XIII – XXIV): qui vengono trattati il ritorno ad Itaca di Ulisse e la sua vendetta contro i Proci.
[3] Dall’odissea.
[4] https://www.focusjunior.it/scuola/storia/dei-dell-olimpo-della-grecia-antica
[5] https://it.wikipedia.org/wiki/Itaca#Geografia_fisica
[6] Dall’odissea.
[7] Dall’odissea.

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