I Classici: “La luna e i falò”

“Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti.”[1]

 

A volte mi succede come con le canzoni, che sentendole mi riportano a un ricordo, a un periodo, a un momento preciso. A volte mi succede con le parole. A voi capita?
Le parole mi riportano a un libro e il libro a un ricordo, a un periodo, a un momento preciso.
Ed è come essere di nuovo lì, nell’attimo: inquietantemente meraviglioso!
Per me i classici dovrebbero fare anche questo, essere immutati ed eterni, fotografie di un istante importante, importante per noi, intendo.

Risultati immagini per barca a vela gifLa luna e i falò riesce a scuotermi ogni fibra dell’essere, ogni volta che sento una citazione tratta dal libro sono di nuovo in gita scolastica, fra le onde (sì la mia professoressa organizzava gite fuori dall’ordinario) sulla barca, nella quiete dell’alba, quando non riuscivo a dormire e mi anticipavo un po’ la lettura che era per il rientro. La luna e i falò mi riportano l’odore di salsedine, di pesce fresco e di sudore che si mescola nella convivenza forzata di ben sette ragazze su una barca a vela.
Mi ricorda il vento fra i capelli, le pagine bagnate dagli schizzi, la tristezza del racconto che si tramutava in gioia della condivisione, quanto al risveglio delle mie compagne di disavventure dovevo riassumere loro la storia, perché non erano delle gran lettrici.

Il protagonista poi si chiama Anguilla, e allora dove leggere la sua storia se non su una barca?

 

Risultati immagini per thought gif“Qui non ci sono nato, è quasi certo; dove son nato non lo so; non c’è da queste parti una casa né un pezzo di terra né delle ossa ch’io possa dire “Ecco cos’ero prima di nascere” […] chi può dire di che carne sono fatto? Ho girato abbastanza il mondo da sapere che tutte le carni sono buone e si equivalgono, ma è per questo che uno si stanca e cerca di mettere radici, di farsi terra e paese, perché la sua carne valga e duri qualcosa di più che un comune giro di stagione.”[2]

 

<<Questo è un libro color seppia, e non solo per la copertina, è un libro che ha la consistenza delle fotografie ingiallite, che si sgretolano fra le mani…
C’è dentro il senso più intimo e profondo di “paese”, quello in cui nasci e che t’ingabbia, ma anche quello che, se riesci ad andar via, è lì ad aspettarti e ti chiama, ti chiama, ti chiama…>>[3].

 

Anguilla fa un pellegrinaggio dell’anima.
Un tornare per partire di nuovo; riapparire per non trovare nulla. Nessuno, perché non c’è quasi più nessuno. Perché nel frattempo c’è stata il conflitto, il fascismo, i partigiani, e i morti nei boschi si trovano ancora a distanza di anni.
Io non vengo dalla guerra, ma dalla crisi economica, e chi come me ha sui trent’anni sa bene quanto ci ha massacrato. Tutti a dire “c’è crisi”, ma quanti l’hanno davvero vissuta?
Io sì, fra le riforme universitarie che spostavano sempre un passo più in là la Laurea, e il lavoro che non si trovava. Niente. Nemmeno quello più umile che vi viene in mente… e allora ho sempre avuto un po’ la voglia di fuggire via. Di andare in un altro Paese. L’ho fatto anche per un po’, poi però sono tornata. È come se fossi spaccata in due, come Anguilla, fra la voglia di migliorare questo posto e quello di essere più serena da un’altra parte. Che poi, finché non ti ci stabilizzi “per sempre” tutti i posti sembrano migliori…. E allora, forse, non sono i Paesi o i paesi che devono cambiare, quanto noi. Gli abitanti.

“I veri acciacchi dell’età sono i rimorsi.” [4]

 

La rilevanza che Pavese dà ai luoghi è basilare, paesi che sono personaggi principali al pari dei protagonisti veri e propri, terre che sono vive, non fanno semplicemente da sfondo, sono “persone” vere e proprie. La ripetizione dei nomi dei territori: Canelli, Alba, Neive, Calosso, Gaminella, Costigliole e tanti altri sono la riprova dell’uso del luogo come personaggio.

 

falò_epifania_2
Graphic by: Gioia

“La prima cosa che dissi, sbarcando a Genova in mezzo alle case rotte dalla guerra, fu che ogni casa, ogni cortile, ogni terrazzo, è stato qualcosa per qualcuno e, più ancora che al danno materiale e ai morti, dispiace pensare a tanti anni vissuti, tante memorie, spariti così in una notte senza lasciare un segno. O no? Magari è meglio così, meglio che tutto se ne vada in un falò d’erbe secche e che la gente ricominci.”[5]

 

Pavese[6] si è suicidato, mi sono sempre chiesta perché. Capisco l’immane buco nero che poteva portarsi dietro, purtroppo lo capisco benissimo, l’ho avuto dentro un bel po’. e traspare in più di un passaggio nel libro. Però aveva trovato il modo di farne la sua forza, con questo e gli altri romanzi, ma con questo soprattutto che secondo me è davvero un piccolo capolavoro che riesce a farmi respirare ancora e ancora un solo attimo: l’arte come cura. Ci ho creduto davvero. Evidentemente lui no.
Come a molti prima e dopo di lui, l’arte non è bastata.

” Eppure la vita è la stessa, e non sanno che un giorno si guarderanno in giro e anche per loro sarà tutto passato. “[7]

 

 

 

 


[1] Dal libro.
[2] Dal libro.
[3] Da una recensione su internet che mi ha davvero molto colpito, perché ha espresso esattamente il mio persiero!
[4] Dal libro.
[5] Dal libro.
[6] http://www.oilproject.org/lezione/opere-pavese-suicidio-6842.html
[7] Dal libro.

 


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