I Classici: “Se questo è un uomo”

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Graphic by: Gioia

Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per un pezzo di pane
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.[1]

 

Sono entrata all’Inferno dalla porta principale e fortunatamente l’ho trovata chiusa. Ma con me c’era chi in quell’Inferno ci ha “vissuto”….vedere ciò che è stato, sentire le testimonianze dei pochi che sono tornati nel posto che li ha spezzati, è una emozione che non posso descrivere. Quello che farò sarà dirvi quello che ho provato io! Perché voi attraverso me possiate ricordare! Io mi chiamo Gioia Raiti e ho 18 anni. Un’età in cui credi di essere adulto, hai tutte le responsabilità delle tue azioni. Ti senti incredibilmente grande!…Eppure io in questo viaggio ad Auschwitz mi sono sentita incredibilmente piccola. Esiste una linea sottile tra dolore e orrore, il 20 Ottobre 2004 ho superato questa linea. Chi non ha visto non ha idea di cosa possa essere. Gli odori, i suoni, ogni particolare è intriso di morte, uomini e donne spogliati di ogni dignità umana, resi animali, costretti a “vivere” nel peggio del peggio. La visita a Birkenau è cominciata sulla Juden Rampen, poi a piedi ci siamo spostati verso l’entrata del campo di sterminio di quella che una volta era la città di Oswiecim, e dal 1943 diventò Auschwitz.
 Non volevo crederci!
Davanti ai miei occhi un binario lunghissimo attraversava il campo di concentramento: le dimensioni di Auschwitz non so proprio descriverle. E’… enorme, immensamente enorme! Entri e non vedi i confini, come il male che l’ha pervaso.
Auschwitz numero uno viene chiamata “museo”… ma io sinceramente non me la sento proprio di chiamarla così! All’inizio ero tranquilla, relativamente alla situazione si intende, e con la guida seguivo le spiegazioni. Nelle varie baracche sono state allestite delle vetrine dove sono stati raccolti tutti gli oggetti delle vittime. C’erano documenti, foto, occhiali, pettini, scarpe…milioni di scarpe. Lo so che detto così non fa alcun effetto emotivo, ma andate lì e trovatevi di fronte quegli oggetti e poi ne riparliamo.
 Si sente l’odore delle persone!
Mentre passavo davanti a quegli oggetti era come se li sentissi… milioni di persone che chiedevano aiuto. Che urlavano, che mi guardavano con gli occhi stanchi e disperati. Non c’erano davvero, ma erano percepibili! Sono dovuta uscire perché mi mancava l’aria, ero scioccata, ammutolita e volevo solo scappare! Andare a casa mia, con la mia famiglia!!! E in quel momento ho capito davvero che dolore hanno provato quelle persone! La paura di non rivedere più i loro cari, la forza di vivere per loro, per cercarli, per ricordarli. Ci hanno portato dentro le camere a gas: dove ci sono ancora i buchi delle “docce” dalle quali usciva il gas… ci sono ancora i segni delle unghie sulle pareti. Accanto c’è il forno, il foro d’entrata è abbastanza grande per un corpo umano, quello d’uscita… è appena sufficiente per un fiore.
Cenere.
Ecco cosa rimaneva di quei deportati. Cenere.
Si dice a volte il silenzio vale più di mille parole… In questo caso è bene parlare. Tutti devono sapere! Perché attraverso le nostre parole, rievochiamo il loro silenzio!!! Appena scesi a Roma noi ragazzi ci siamo promessi che continueremo a portare avanti il messaggio, ci riuniremo per fare in modo che la più gente possibile conosca la verità!!! Non sarà più storia scritta sui libri: sarà realtà, come è realtà Auschwitz. Questa è la nostra missione: passeremo parola perché siamo testimoni della storia. E ora, se avete letto fin qui, volenti o nolenti, siete testimoni anche voi. Aiutateci tutti a non dimenticare mai. Grazie a tutti.[2]

 

Sono passati 14 anni da quando tornata dal viaggio mi chiesero di mettere nero su bianco la mia esperienza. E ancora mi fa male a rileggere, a ricordare.
Perciò non oso veramente immaginare cosa sia stato per Primo Levi scrivere le sue testimonianze dopo aver vissuto ogni sofferenza che io ho, fortunatamente, soltanto concepito con la fantasia.

 

‘Accade facilmente, a chi ha perso tutto, di perdere se stesso.’[3]

 

Non credo ci sia molto da dire se non che questo libro va letto. Punto. Non ci sono scuse, giustificazioni. Non si può dire “ci sto troppo male”, non se ne ha il diritto!! Soprattutto oggi che il mondo sembra voler prendere una direzione fin troppo simile di disprezzo e disgregazione. Non c’è “è un libro troppo tosto” che tenga: bisogna leggerlo. E bisogna informarsi. E ricordare. E parlare. E non permettere che succeda di nuovo.

 

‘Guai a sognare: il momento di coscienza che accompagna il risveglio è la sofferenza più acuta. Ma non ci capita sovente, e non sono lunghi sogni: noi non siamo che bestie stanche.’[4]

 

 


[1] Se questo è un uomo. Poesia.
[2] Pagine di Quartiere, Dicembre 2004.
[3] Dal libro.
[4] Dal libro.

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