“La ragazza in copertina”

In copertina c’è una ragazza affacciata a una vetrina, beve una tazza di quello che potrebbe essere tè, mentre fuori non si vede, ma sono sicura che si stia preparando una tempesta. Una di quelle bizzarre, con tanto vento e nuvoloni grigi che fanno presupporre il peggio e che poi si risolvono in qualche schizzo di pioggia sporca.
Tanta aspettativa per niente.

Mi incuriosisce, forse perché il cielo fuori è molto simile a quello che mi sono immaginata sulla copertina… e allora inizio a leggere questa storia, senza saperne niente, senza trasporto. E capisco subito di aver fatto bene.

«Avete presente l’energia che ci teniamo dentro? Quel bagliore? Quella luccicanza?»
«Quale luccicanza?»
«Sai quel flusso, quell’ammuina che si ammassa nelle ossa, dentro la testa, e pure nelle mura e nelle case. Tutta quella roba che non vediamo ma che non ci fa dormire la notte».
«E questo bagliore esce fuori dai cassetti?»
«Eh. Quello viene fuori da tutte le parti. S’accumula».[1]

La ragazza della copertina non ha nome, ma non ha importanza perché potrei essere io, potresti essere tu. Risultati immagini per photograph gifIl libro è diviso come se fossero racconti separati eppure a me sembra perfettamente collegata, come se sfogliassi l’album di fotografie di una sconosciuta che ha deciso di immortalare (e quindi raccontare) solo queste parti, che per lei evidentemente sono quelle che contano di più. E nonostante qualche salto temporale, qualche frammento mancante, è facile seguirla nel ricordo.

Adesso lo spazio si era ristretto, ci si appiattisce per terra come in quelle giostre in cui ti piomba addosso il soffitto. Non si può fare altro che stendersi dritti dritti al suolo, respirare con la pancia piatta, limitare i movimenti altrimenti si finisce schiacciati. Il tetto sopra, il pavimento sotto: quello che rimaneva era un luogo piccolo in cui fare le cose necessarie – respirare, mangiare, esistere – solo quelle.[2]

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Graphic by: Gioia

Le raccolte di racconti tendono ad essere tra loro slegati, costringendo il lettore ad entrare nella storia di botto dopo averne abbandonata un’altra, di botto. infastidisce quel continuo prendere e lasciare personaggi e situazioni e modi e tempi. Io infatti non li preferisco, ma Il silenzio del lottatore di cui parla Rossella Milone[3] è qualcosa che sperimentiamo fin troppo spesso e che è facile sentire addosso, immedesimarsi e volerne uscire e poi rientrare: in questi racconti ci sono ferite, smarrimento, rinuncia, c’è il quotidiano e l’inatteso. E grazie al realismo della scrittura, riusciamo a vedere anche ciò che rimasto fuori dallo scatto, il fuori fuoco.

 Il silenzio è il vero protagonista, e lo seguo incapace di spezzarlo. Fino a che diventa inevitabile.

Finisco il libro pensando che questa volta la tempesta è arrivata sul serio, piegando alberi ed emozioni, che le aspettative sono state ripagate e che finalmente, dopo tutto questo distruggere, il cielo si aprirà di nuovo per far passare il sole.

 

 

Non la voleva una che non ci crede; che si arrende senza nemmeno impugnare le armi. Non la voleva una così[4]

 

 


[1] Dal romanzo.
[2] Dal romanzo.
[3] nata a Napoli nel 1979 e vive a Roma. Ha pubblicato le raccolte di racconti Prendetevi cura delle bambine (Avagliano 2007) – per la quale ha ottenuto una menzione al Premio Calvino – e La memoria dei vivi (Einaudi 2008). Per Laterza è uscito nel 2001 Nella pancia, sulla schiena, tra le mani, e per Einaudi nel 2013 il romanzo con Poche parole, moltissime cose.
Collabora con diverse testate giornalistiche e coordina l’osservatorio sul racconto Cattedrale.
[4] Dal romanzo.

2 risposte a "“La ragazza in copertina”"

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