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Graphic by: Gioia

Io sono nato su questa nave. E qui il mondo passava, ma a duemila persone per volta. E di desideri ce n’erano anche qui, ma non più di quelli che ci potevano stare tra una prua e una poppa. Suonavi la tua felicità, su una tastiera che non era infinita.
Io ho imparato così. La terra, quella è una nave troppo grande per me. È un viaggio troppo lungo. È una donna troppo bella. È un profumo troppo forte. È una musica che non so suonare. Perdonatemi. Ma io non scenderò.[1]

 

 

Ho un’adorazione per il mare. Vorrei viverci. Ne traggo ispirazione d’inverno, lo respiro in primavera, mi ci tuffo in estate e lo osservo malinconica in autunno.
È vivo.

È perfetto.

Ma non credo potrei mai affrontarlo come fa il protagonista del monologo di Baricco, Novecento. Non penso di poter resistere senza la terra ferma, non credo che averlo sempre e costantemente attorno mi darebbe la stessa soddisfazione che vederlo infrangersi sulla battigia.

Non soffro la nave, anzi, quando sono stata in gita su una barca a vela ci ho vissuto molto serenamente, cullata dalle onde e sballottata dalle correnti. Ma tutta la vita senza mai sbarcare?

No. Non credo.

Danny Boodmann T.D. Lemon Novecento però non parte dalle mie condizioni, lui sul mare ci nasce, ci cresce, ci vive. E soprattutto ci suona.

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Dal libro nel 1998 è stato tratto il film: La leggenda del pianista sull’oceano diretto da Tornatore con Philip Roth.

La prima volta che ho letto questo libro ho pensato di iscrivermi a lezione di pianoforte, perché la musica che ne scaturisce è assordante. La percepisci, la senti, come se stessero suonando solo per te, e tutto il mondo non potesse partecipare. Solo tu, Novecento e il mare.

Sessantadue pagine.

Pochissime, eppure ho provato talmente tante emozioni insieme da sembrare il triplo.
Ho adorato, come prevedibile, il fatto che Alessandro Baricco lo abbia scritto come se fosse un monologo teatrale, e ho provato a leggerlo a voce alta e l’effetto è proprio quella di una pièce.  

Questo volumetto così fragile, così profondo, viene spesso preso a metafora di un viaggio interiore e credo sia vero, e per questo è un racconto che va letto e riletto, di tanto in tanto, in riva al mare, con sottofondo un pianoforte che suona le nostre riflessioni….

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Io, che non ero stato capace di scendere da questa nave, per salvarmi sono sceso dalla mia vita. Gradino dopo gradino. E ogni gradino era un desiderio. Per ogni passo, un desiderio a cui dicevo addio.

Non sono pazzo, fratello. Non siamo pazzi quando troviamo il sistema per salvarci. Siamo astuti come animali affamati. Non c’entra la pazzia. È genio, quello. È geometria. Perfezione. I desideri stavano strappandomi l’anima. Potevo viverli, ma non ci son riuscito.
Allora li ho incantati. E a uno a uno li ho lasciati dietro di me. Geometria. Un lavoro perfetto. [2]

 

 


[1] Dal libro.
[2] Dal libro.