“Abbandonata, restituita, ritornata… ”

 

“Ero figlia di separazioni, parentele false o taciute, distanze. Non sapevo più da chi provenivo. In fondo non lo so neanche adesso.” [1]

 

Ogni volta che scegli di leggere un libro, scegli di affidarti al suo autore, di cedergli parte del tuo preziosissimo tempo, sperando che te lo restituisca in emozioni. Positive, negative, forti, violente perfino, purché non lasci indifferenti facendoci pensare di aver buttato il nostro tempo.

Per me è molto difficile iniziare un libro che non ho scelto, perfino quando me li regalano molto spesso è perché mi hanno sentito parlare di quel titolo. Raramente seguo le mode, non mi fido della critica, perciò da quando ho iniziato il Circolo di Lettura nella libreria in cui lavoro, spesso mi sono trovata volumi fra le mani che mi hanno delusa, insoddisfatta, persino annoiata. Succede, perché bisogna cercare di accontentare tutti, perché anche il libro giusto nel periodo sbagliato può risultare fatale.
Altre volte invece succede di attingere a dei piccoli capolavori, romanzi che non ho scelto ma forse loro hanno scelto me, che mi riempiono le ore e da cui staccarmi è difficile, quasi impossibile stabilire i ritmi e i limiti della lettura condivisa, ho voglia di sapere, continuare, immergermi.

l'arminuta
Graphic by: Gioia

È stato questo il caso de: “L’Arminuta”, già dall’incipit, dalle prime pagine, quando la protagonista, con una valigia in mano e una sacca di scarpe nell’altra, suona a una porta sconosciuta. ero innamorata, presa, catturata nella ragnatela della Di Pietrantonio[2] e della sua protagonista senza nome che ci narra in prima persona la sua adolescenza sballottata fra una famiglia che lei credeva la sua, ma che scopre essere adottiva, e quella che non ricordava e che suo malgrado è quella naturale.

Una madre ricca, altolocata, piena di profumo e regole che ad un certo punto la rimanda dall’altra madre, quella che l’ha partorita, la madre povera, ignorante, che emana odore di polvere e panni sporchi e che l’aveva data via.

È sconvolgente la semplicità con la quale questa ragazzina di tredici anni viene trapiantata in un altro contesto senza alcuna ragione apparente (invece c’è ma non ci soddisfa minimamente, anzi, a me ha fatto solo arrabbiare) e senza spiegazioni. Cosa spinge una madre a dare la propria figlia di sei mesi a una cugina? E cosa spinge una madre adottiva a ridarla indietro all’età di 13 anni?
Tuo padre non è tuo padre, tua madre non è tua madre, è tuo zio, è tua zia– le viene detto, e ora stai tornando dai tuoi veri genitori.

Risultati immagini per who am I gifIo non conoscevo nessuna fame e abitavo come una straniera tra gli affamati. Il privilegio che portavo dalla vita precedente mi distingueva, mi isolava nella famiglia. Ero L’Arminuta, la ritornata. Parlavo un’altra lingua e non sapevo più a chi appartenere.[3]

“Veri genitori” è agghiacciante, considerando che sono una grande sostenitrice dell’adozione e che per me i “veri” genitori sono quelli che ti crescono, che ti rimboccano le coperte, che ti coprono le sbucciature sulle ginocchia… il sangue è niente in confronto all’amore.
Mi è piaciuto subito il distinguere le uniche persone che la protagonista riconosce come effettiva parte della sua famiglia con i nomi propri – Vincenzo, Giuseppe e Adriana- e quelli che invece pur essendolo per dato di fatto, non lo è mai stato nella realtà quotidiana – “gli altri fratelli, il padre, la vedova”.

Risultati immagini per sisters gif“Domani vediamo, aveva detto il padre, ma poi si è dimenticato. Io e Adriana non gli abbiamo chiesto niente. Ogni sera mi prestava una pianta del piede da tenere sulla guancia. Non avevo altro, in quel buio popolato di fiati.”[4]

 

Adriana è il mio personaggio preferito e mi piacerebbe sapere come se l’è cavata nella vita con la sua schiettezza e il suo carattere forte, la capacità immensa della bambina di entrare in empatia, di cogliere i contesti, di non lasciarsi abbattere dalle ostilità e dalle perdite, avrà realizzato i suoi desideri impossibili?

 

Mi ha colpito molto la narrazione così diretta per emozioni fortissime, che forse avrebbero avuto bisogno di pausa per essere assimilate, ma che, come nella vita, non ne danno. Una dopo l’altra le vicende dell’Arminuta (la Ritornata) diventano le nostre, ci affezioniamo ad alcuni dei personaggi e ci arrabbiamo contro l’indifferenza di altri. Ma soprattutto non possiamo fare a meno di chiederci cosa avverrà dopo. L’uso del dialetto mi ha convinto pienamente perché ha reso la storia ancora più vera, proprio come se questa ragazza senza nome me la stesse raccontando a voce davanti a una tisana alla cannella.

 

Risultati immagini per girl with luggage gif“Qualcuno aveva attaccato al banco dove stavo per sedermi un’etichetta invisibile con il soprannome che in paese usavano dopo il mio rientro in famiglia. Ero l’Arminuta, la ritornata.”[5]

 

È un romanzo duro eppure dolce, che sono veramente contenta di aver letto e che consiglio a tutti coloro che ogni tanto si sentono un po’ persi nei sentimenti e nella vita.

 

 

 


[1] Dal romanzo.
[2] https://it.wikipedia.org/wiki/Donatella_Di_Pietrantonio .
[3] Dal romanzo.
[4] Dal romanzo.
[5] Dal romanzo.

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