“Ci vuole un FISICO BESTIALE (per non parlare del sistema nervoso…)”

Avete mai ricevuto una proposta a cui avreste voluto dire di no, ma poi ripensandoci vi siete buttati in un’avventura decisamente non alla vostra portata? Beh ovviamente io sì.
Eccovi il racconto di una domenica da incubo.

Primo giorno di ferie di una mia amica, che per comodità chiamerò B., mi propone una rilassante domenica alle cascate del Monte Gelato; ci siete mai stati? Vi mostro la foto che lei ha mandato a meIMG_20190707_124648 , un Paradiso.

Ovviamente la mia razionalità ha iniziato a urlarmi frasi come “troppo verde, troppi insetti quindi troppe bolle e poi c’è troppo sole, quindi ustione assicurata”, ma andiamo, nel vedere quella foto non avete sentito la vostra ansia preparare il borsone e allontanarsi? Convinta che fosse la decisione più giusta per me, decido di dire di sì e inizio a pensare a cosa portarmi e a come organizzare la domenica.
Il giorno prima però, complice soprattutto la mia migliore amica “ansia” che continuava a ricordarmi la mia fobia per gli insetti, ho provato a ribattere con una contro proposta dell’ultimo minuto: “e se invece delle cascate ce ne andassimo a Cinecittà World?”

Immagine correlata

La risposta di B. è stata repentina e disarmante quindi ho deciso di appoggiare la sua proposta e affidarmi al suo gusto: CASCATE SIANO!!!

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La domenica mattina impostiamo il navigatore e partiamo alla volta del parco del Treja (così diceva la guida trovata su internet, e così da brave neo esploratrici, abbiamo fatto), inventiamo un parcheggio al bordo della strada e consultiamo la piantina,

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“Oddio ma è dall’altra parte!” Immediatamente i miei occhi di talpa e il mio istinto di sopravvivenza mi mettono all’erta ma “hey è una passeggiata” e quindi va bene, capiamo in che verso andare e ci inoltriamo nella natura. Io, cittadina fino al midollo, immersa nel verde più verde e con intorno solo insetti che mi gironzolano in mezzo ai piedi e ronzano nell’orecchio, non inizio con il piede giusto, ma faccio un bel respiro e mi ripeto che è solo una passeggiata e che gli insetti ti rispettano se tu li rispetti (o una roba simile), quindi cammino respirando a pieni polmoni e sorridendo ai pochi passanti che incontriamo. 

Trascorre un’ora durante la quale il percorso è tranquillo e noi chiacchieriamo e scherziamo, ipotizzando come saranno queste cascate, che cosa faremo una volta arrivate, se l’acqua sarà limpida e via discorrendo guardandoci anche intorno perché onestamente il panorama è molto bello. Due ore e ciò che prima aveva le sembianze del bosco di Biancaneve, diventa un intricato labirinto pieno di insidie e insetti poco discreti.
Mi guardo e mi rendo conto che il mio vestitino fru fru tanto carino, che ho usato per coprire il costume, poco si addice ad una esploratrice improvvisata, e le piante (di cui ignoro il nome) piene di spine tentano di farmelo capire, strappandolo in vari punti.
Due ore e mezza e la fitta foresta svanisce per fare posto ad un borgo, un piccolo borgo con tanto di bar e gente seduta fuori per un aperitivo (in fondo sono le 12 passate). Sudate, stanche e un po’ abbattute ci avviciniamo a loro chiedendo indicazioni per le cascate del monte Gelato:
“Da quella parte! Prendetevi due bottigliette di acqua che ne avete di strada davanti”.

Scoraggiata mi incammino di nuovo e B. inizia il suo rosario di scuse perché dal sorriso macabro del signore al bar, abbiamo realizzato che la strada da percorrere sarebbe stata ancora lunga.
La fortuna ha voluto che incontrassimo un gruppo di persone provenienti proprio da queste fantomatiche cascate e allora la domanda è sorta spontanea: “ma le cascate sono almeno da quella parte?” – “sì si certo, ad un’ora da qui”.

Tre ore e mezza dopo nei miei occhi non c’è più speranza, la mia bocca tace e il mio corpo chiede l’estrema unzione, le cascate sembrano irraggiungibili, lo zaino mezzo vuoto sembra pieno di mattoni e il mio bellissimo vestitino azzurrino è diventato di un blu notte, una notte profonda e triste.
Iniziamo a vedere delle persone ma le lenti a contatto ormai sudano come ogni centimetro di pelle e si spostano a destra e a sinistra, rimetterle a posto diventa un’impresa titanica, quindi mi arrendo alla parziale cecità. Finalmente ci siamo, due ragazzi ci dicono che le cascate sono dall’altra parte di una piccola collinetta, “a cinque minuti di distanza, arrivate a questo punto non potete non andarci”… ANCORA CINQUE MINUTI?? Le mie orecchie odono una voce maschile pronunciare queste parole e se il mio corpo fosse solo un po’ in forze, gli regalerei una cinquina dritta in faccia.

Come per le fatiche di Ercole, anche noi arriviamo alle cascate del Monte Gelato.
Alzo lo sguardo e rimetto a posto le lenti, sospiro cercando di non cadere a terra e quello che mi ritrovo davanti è….. Uno squarcio di Ostia beach.

Lettini, bambini urlanti che giocano a palla e una pozzanghera (passatemi il termine) di laghetto alta sì e no fino al ginocchio, con una cascata la cui altezza sarà stata 2 metri.
Sono sfinita e affranta ma decido di prendere il lato positivo e infilo le ciabattine per poi rinfrescarmi un po’ in acqua; non fa niente che è piena di gente, la cascata sembra la copia di una originale e che non è profonda, alla fine siamo arrivate.
Ingenuamente, scioccamente, superficialmente entro in acqua…

 

Ice Cold GIF by SpongeBob SquarePants

Rimango lì, nel punto esatto in cui il mio piede ha toccato l’acqua.
Monte gelato, direte voi, ma lo usano per anestetizzare i pazienti prima di un intervento?
Non più affranta ma letteralmente sconfitta torno verso il mio asciugamano steso sulla terra e mi siedo recuperando un po’ di forze.
Ho sete, sono stanca, ho caldo e quel che è peggio, SONO DIGIUNA!

Il frastuono intorno a noi ci costringe a recuperare la nostra roba e a cercare un bar, o qualsiasi posto che abbia un minimo di civiltà. Mi sforzo di non cadere nello sconforto più profondo e torno sotto il sole cocente delle 13:30; dopo aver incrociato una trattoria probabilmente molto esclusiva visto il prezzo fisso per entrarvi, riusciamo a intercettare un bar. Finalmente posso dissetarmi decentemente e mi scolo, in meno di venti minuti, un litro di acqua fresca.
Con la mente un po’ più lucida, ci alziamo e chiediamo informazioni ai proprietari del bar, su come tornare a riprendere la macchina; dai loro sguardi capisco immediatamente che sarà un’altra impresa ma speranzosa insisto

“Possiamo tornare indietro percorrendo la strada, o dobbiamo tornare nel parco?”
“Vi conviene ripercorrere il parco, perché fare 14 km sotto il sole è da folli”

QUATTORDICI CHILOMETRI!!!!!

La mia anima lascia il mio corpo e mi rendo conto di non avere più speranze, sento distintamente ogni muscolo del corpo abbandonarmi e la mia mente si proietta su un’unica, inequivocabile, parola: NO.
Ora non so, forse qualcuno di voi è abituato a camminare così tanto, probabilmente è una passione, un ottimo allenamento sicuramente ma…. Quattordici chilometri alle 14:30 del pomeriggio con almeno 38° all’ombra, non è quella che si prospetta una “domenica rilassante”.

Ebbene signori e signore, io l’ho fatto! Ho percorso 14 Km e una cosa l’ho imparata:
Non sarò mai un’aspirante sportiva e porterò sempre alta la bandiera di noi aspiranti polpette!!

 

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