Fotografa amatoriale, viaggiatrice professionista

“Londra è una cattiva abitudine che si odia perdere.”

È la città di Harry Potter, di Alice, di Shakespearee di Sherlock Holmes, perciò nonostante la brexit, il comportamento politico nei nostri confronti durante l’emergenza, e lo snobismo, io Londra la amerò incondizionatamente per sempre.

E mi manca come nel deserto manca l’acqua, perché negli anni era diventata una mèta fissa, coi suoi odori pungenti e l’accento che mi fa innamorare di ogni abitante, con i suoi monumenti vecchi e le nuove architetture, con la sua colazione che per me è un pranzo e la cena che per me è merenda. Coi suoi orari sballati, le persone sempre di corsa, le file infinite, il tea.

 

Londra è sì una città gotica e sinistra, ma è anche calda e accogliente. Quello che mi colpisce sempre di Londra è il sole.

Perché per anni, grazie alla letteratura, ai film, alle serie tv, ai racconti di chi ci era stato, mi ero immaginata questa città coperta da uno strato grigio perenne e spaventoso. Un manto di inquinamento e maltempo. Un fantasma sopra la città.

Per questo la prima valigia che feci per andare a Londra era piena di felpe, calzini di spugna, kway e sciarpe. Era Luglio. Quando arrivai e alzai agli occhi al cielo il sole mi abbagliò così ferocemente da dovermi comprare degli occhiali schermanti.

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È stato in quel momento che ho realizzato che nella vita le uniche opinioni che contano davvero sono le proprie.

Ci sono stata ben 11 volte, credo che a parte la mia amata Roma, sia la città che ho visitato e vissuto più profondamente.

Ad Agosto sul London Eye beccai tanta di quella pioggia da pensare di annegare, una volta a Maggio mi sono ustionata stesa a leggere ad Hyde Park e a Novembre mentre passeggiavo per Carnaby Street c’era profumo di castagne ovunque ma in giro non c’erano né carretti né negozi che le vendessero.

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In compenso ovunque mi girassi c’erano rivenditori di fish and chips[1], che pensavo fosse uno street food e quindi una specie di cartoccio napoletano con pescetti piccoli e saporiti e piccole patatine fritte, invece è una sleppa di baccalà grasso e colante, circondato da patate – ognuna grossa quanto la mia mano.

Il mio posto preferito in assoluto è la Torre di Londra, perché mi fa immergere in un mondo a parte, è come se il tempo si fermasse e riuscissi a sentire Shakespeare scrivere il Riccardo III. E  perché nasconde storie e segreti, gioielli e drammi, ed è una delle prime attrazioni che ho visitato, ma credo che sia soprattutto perché è lì che ho visto chiedere al mio geniale fratello, e possessore di brevetto linguistico C2, un “cook[2] al posto di uno “spoon[3] per mangiare una “soap”[4]. Un momento indelebile![5]

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Sono stata un po’ ovunque, a Camden town, Shaftesbury Avenue, Notting Hill, Portobello Road, Covent Garden, Woolwich, Kilburn, London Bridge, museo delle cere, museo del cinema, museo del mare, museo dei musei (eh sì, esiste pure questo). D’estate e d’inverno, d’autunno e in primavera. Ho fatto la turista e la cittadina. La visitatrice e la viaggiatrice. Ho mangiato da Starbucks e nelle bettole più luride e schifose mai viste. Ho dormito in case di lusso e motel puzzolenti. Sono stata sul bus a due piani e ho preso la metro.

Ci sono stata con amici e parenti, e guardandola con i loro occhi mi sono ritrovata a scoprirla sempre nuova, sempre diversa. Sempre bellissima. Sporca, maleodorante, caotica.
E splendida.

Bisogna perdersi per Londra, vagare senza mèta che tanto qualcosa da fare e vedere e comprare, lo troverai sempre. Bisogna lasciarsi trascinare dal flusso di persone sempre di corsa e fermarsi, andare controcorrente come i salmoni. Perché per ogni monumento conosciuto c’è un vicolo nascosto altrettanto bello. E per ogni musicista, artista di strada e circense che incontri, c’è un clochard, un povero, un alcolizzato che ti chiede l’elemosina.

È una città pazzesca, piena di contraddizioni.

Forse per questo la amo, perché sono anche io così.

Non mi sono mai sentita sola, a Londra, anche quando sono partita da sola. Anche perché è sempre l’ora del tè (o della birra  il che vuol dire che si trova sempre qualcuno in una tea room (o in un pub) con cui scambiare due chiacchiere: una Babele a volte incomprensibile eppure magica.

 

 

Ho vissuto per un po’ a Cambridge  che è decisamente meno cara della capitale, ma altrettanto piena di cose da vedere, a partire dal Cam: una piccola oasi di pace fatta di college, biciclette e sigarette, piena di studenti, di libri e di arte.

Una mattina mentre ero in pausa fra una lezione e l’altra, gironzolando per un mercatino ho trovato una copia di Harry Potter and the half-blood prince[6] – il mio preferito, storpiato senza pietà dalla trasposizione cinematografica -a 3£, scoprendo poi ne che vale 250£!!! Tuttora mi è stato impossibile trovare gli altri libri in quella edizione.

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Ah, che nostalgia canaglia!

 

Non so quando potrò tornare da te mia cara Londra, nel frattempo ti visiterò nei libri, nella musica e nei souvenirs.

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[1] https://www.chedonna.it/2020/08/22/fish-and-chips-classico-cucina/

[2] cuoco
[3] cucchiaio
[4] Sapone, voleva chiedere della zuppa (soup)
[5] Non da meno fu il mio chiedere dove avrei potuto trovare una “stick house” anziché “steak house” ad un gentiluomo nel bel mezzo di Soho. Io, B2.

[6] Harry Potter e il principe mezzosangue.

2 pensieri riguardo ““Londra è una cattiva abitudine che si odia perdere.”

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