“Rettilofono in Metrò”

arriverò presto con nuove (dis)avventure, nel frattempo rileggete queste 😉

Thr0ugh The Mirr0r

Eccoci qui, di nuovo, sempre io – il biologo – e sempre con la storia del biacco. Eravamo rimasti alla mia geniale idea di portarlo sulla metropolitana di Roma fino all’università.

Zaino in spalla e mi avvio verso Rebibbia, la metro passa subito e non è neanche troppo piena.

Fantastico!

Miracolo!

Mi metto seduto poggiandomi come al solito lo zaino davanti in mezzo alle gambe, e, sicuro che ormai il peggio fosse passato, mi concedo un attimo per chiudere gli occhi e distendere un attimo i nervi. Sono sfinito. Almeno la mano piena di morsi non sanguina più tanto. Neanche mi preoccupavo dell’aspetto bestiale che potessi avere. Volevo solo chiudere gli occhi per 5 minuti, tanto fino a Marconi è lunga.

Ora dovete sapere che di norma un serpente messo al buio in un sacco, si calma e resta immobile, è un loro meccanismo naturale, conosciuto da tutti in tutto…

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“Non dire BIACCO se non ce l’hai nel sacco”

Thr0ugh The Mirr0r

Di solito le poche persone che conoscono la figura professionale del biologo ambientale/naturalista hanno una certa immagine che si forma nella loro mente: un muscoloso e aitante canadese biondo e capellone in camicia a scacchi armato di binocolo e bicipiti che salpa su mari tempestosi per trovare il cucciolo ferito di balena da salvare, oppure qualche foca monaca a cui battere il cinque mentre ci si fa un selfie da postare su Instagram. 

Il che è anche vero, ma in generale i ricercatori ambientali sono un po’ più come me. Che ce l’ho pure una camicia a scacchi, ma non ho bicipiti e prendo la metro B. Ah, e non ho mai salvato cuccioli di balena, non ancora almeno.

Fatta questa presentazione per rompere il ghiaccio come fanno i narvali (si, ci saranno riferimenti ad animali durante il testo, se siete curiosi gugolateli), vi racconto quella del serpente in metro. 

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